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la scrittura anonima

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giovedì, 11 ottobre 2007

 

 

 

poesia mamma del delitto la ragazza viene dopo
plastici come ai tempi di Sabrine M. e Nyla Thai
sotto le lenzuola bagnate di corpi fantasma
lune di dicembre e giochi di carte
oppure anima di carta battuta a macchina
in Europa e in America le ragazze arrivano da Marte
io ho sognato di avere un cazzo dentro il cazzo
ho preso in bocca il terzo
guida a come diventare omosessuale in 24 poesie
una ragazza con la gonna blu
con dentro una ragazza con le calze rosse
qualunque occhio possa distinguerle
non può dipingerle ma può provare l'orgasmo
del punto poetico nelle ossa
di pollo o di farfalla, A.A.-
"le fotografie sono-" le ore in Inghilterra
la riproduzione di te spalancata,
l'inverno è il progetto d’un corpo
che può armonioso dirsi io
"io no, io preferisco l'autunno"
barba lunga di un pomeriggio
 -ma tu non dormi mai -
"per una visita medica mi piaceva ballare"
sbiancata come una puttana insicura di-

 


 

 


Postato da: enneenne a 15:27 | link | commenti (4) |

giovedì, 06 settembre 2007

 

 

 

poesia scritta con meno capelli e la faccia meno dolce della fotografia incollata sulla carta d'identità
mi dispiace non mi ricordo di essere stato io quel corpo che guarda la Francia qualche mese prima dell'euro
in faccia il flash della cabina delle fototessere
il ricordo di un suicidio di cinque anni fa giù da un tetto girogirotondo casca il mondo spacca la testa che conteneva la Terra più una mezza preghiera una soap opera un voto alle politiche, ladri, poesie, fiori, preservativi- folla sui ponti-
la guardia medica con l'ambulanza a sirene spente a settembre
alle 5 del mattino arriva la dottoressa con la siringa
facce verdi- ombrelli vecchi lasciati qui- la luce che salta in bagno- fili intrecciati, fiori secchi, nessuno nel vano della finestra piena di mani in sogno e questo
non è che un intervallo disse la tomba
pensando che dovrei lavarmi i capelli dopo venti giorni
piangere per il sapone negli occhi come da bambino 
ma la poesia ha qualcosa che io non ho
non faccio che ricopiare pettegolezzi dal mondo dei sogni
quasi in diretta fino sul foglio di carta
come dire quest'attività è venduta, questi sono i sospetti
le mutandine di L. assenzio rosso appese a asciugare fuori
nuvole scure aria immobile fili senza uccelli-
sono uno scrittore zuccherato e triste
che scrive poesia zuccherata e triste
su quattro amori passati sesso facce arrossite
io rimango dietro la porta chiusa
perché non riesco mai a sognare di fare l'amore
come il gatto G. dei fumetti che toglie i lunedì dal calendario
lo spirito chiude la comunicazione prima di riuscire a venire
in faccia alla tristezza di quei sogni
o allo stesso tempo sulle lenzuola in questo mondo
perché non parlare del perché non ho una fidanzata
Rimbaud sotto la sedia con la stanza sopra
respiro in bocca e mani piene di formiche
ho le labbra spellate e vecchie disgrazie rivissute in sogno- future stupidaggini da compiere- poesie da scrivere- pioggia grigia, occhi arrossati, pozzanghere fredde, persiane chiuse, nomi sui campanelli- i sabati pomeriggio della morte-
dolcissimo distaccato deperibile delicato- non è una novità-
ho solo trentacinque anni e sono già talmente triste

 

 

 

 


Postato da: enneenne a 22:02 | link | commenti |

giovedì, 16 agosto 2007


Un po’ di cose per quando mi lascerai

 


Ti scrivo adesso amore mio. Perché quando mi lascerai ci saranno troppi rancori, orgoglio e tante di quelle cose in cielo e in terra, sai, cose che la filosofia mica basta, cose che non saprò gestire e che tutto il buon tempo passato non servirà per esser grati.
Ti scrivo adesso, allora, che il tempo è dolce e la mia stagione è propizia, adesso che sento il senso di ogni giorno passato con te e il vento mi sfiora le ali nuove che ho fabbricato e mi sostiene alto, magari non a sfiorare il sole, sai, la cera si scioglie, ma alto a sufficienza per vedere le cose piccine piccine, avere prospettive pulite, ordinate.
Ti scrivo adesso che il labirinto è un ricordo e che lo spazio è libero, la temperatura ideale e laggiù, neanche troppo lontano, vedo i primi sentori del mare, sai, quegli alberi strani e deformi, le chiome spettinate e un sapore diverso mi raggiunge la lingua.

Mio padre urlava, in basso.
“Attento. Torna qui. Non possono reggere. Perché non mi ascolti. E’ innaturale. L’uomo non deve volare.”
Che ci posso fare babbo? Mica è una scelta, sai? O meglio, magari è proprio una scelta. Ma non ne hai mica la consapevolezza. Così ti ritrovi con addosso le tue ali di cera. E puoi solo augurarti che le percentuali siano abbastanza corrette, i tuoi calcoli abbastanza esatti. E poi basta con questa storia del nonèmaisuccessoprima. Adesso sta succedendo. Non posso mica stare qui a rifare tutto quello che è già stato fatto da qualcuno. Magari a farlo un po’ diverso, Sfogare la mia originalità nelle modifiche. Arriva bene il momento in cui si deve anche creare, no?

Così nacquero le mie ali.

Le ho indossate per tre anni. Tre lunghi anni zoppicanti, difficili e felici. Ho volato basso in principio. Ma è durato poco. La sensazione è troppo dolce, E’ lei che ti spinge verso l’alto. Così i miei giri si facevano più lunghi, più impegnativi.
Cadute ce ne sono state. E le ali si sono danneggiate spesso. Ma poi, cera, fildiferro, anche nastro adesivo se serviva, sono sempre tornate in servizio.
Con il tempo ho imparato dagli errori, ho scoperto le ore migliori per decollo e atterraggio, ho imparato che arrotondare la parte superiore mi consente di dirigerle meglio.
Erano loro a insegnarmi. Ogni piccolo fallimento portava un miglioramento.
Ma insufficiente.
Non ero in grado di tenere sotto controllo le percentuali, i calcoli risultavano troppo spesso inesatti.
Mi lasciai guidare da loro. Le mie ali mi dicevano cosa e come.

Sempre più vicino al sole.

Arriverà il giorno in cui il volo supererà l’ultima soglia consentita, il giorno in cui sarà superato un punto di non ritorno. Allora le mie ali si scioglieranno e io cadrò.

Morirò. E avranno avuto ragione tutti. Tutti quelli che mi dicevano: “Attento. Torna qui. Non possono reggere. Perché non mi ascolti. E’ innaturale. L’uomo non deve volare.”
Tutti a darsi pacche sulle spalle: “L’avevo detto che non ce la faceva mica”, “io lo sapevo che era uno sbaglio”

Morirò. Ma non è vero quello che diranno. Valeva la pena. Ogni giorno, quando i miei piedi si staccavano dal suolo, ero felice. Lassù ero e sarò felice. Fino ad allora. Ogni istante.

Poche cose devo dirti ancora amore mio. Eppure non mi risolvo a chiudere questo discorso. Forse perché so che saranno le ultime mie parole che vedrai. E allora viene la voglia di farle scorrere più piano, di allungare ancora un po’ i miei giorni in aria. Vorrei congelare questo tempo, far sì che non arrivi mai il momento.

Ho pochi rimpianti e tutti mi riguardano. Le mie ali si scioglieranno perché non avrò ascoltato. Eppure le ali parlano. E lo fanno chiaramente. Questo mi dispiace. Sapere che è colpa mia. Sapere che se non fossi il coglione che sono, domani volerei ancora. Vi sentirei ancora sulle spalle, sentirei il morso della cinghia di cuoio quando il vento mi strattona, sentirei il fresco sul viso, ti direi ancora amore.




---------------------------------------------

Il sole ha fatto il suo lavoro e sto cadendo. Speravo che avrei almeno avuto il tempo di capire. Vedere un’avvisaglia. Che so, qualche goccia di cera che rotola giù lungo il profilo e si suicida verso il basso, qualche rumore come di uova calpestate. Qualcosa insomma.
Niente di tutto questo. Sono stato cieco anche a questo. Come se una mano mi avesse afferrato a mezz’aria e le avesse strappate via.
Mille terminazioni nervose aperte, esposte. Eppure erano di cera. Le indossavo. Invece si sono portate via una fettina d’anima. E adesso, nudo, cado.

Lacrime corrono fuori dai miei occhi ma io vorrei che rientrassero, che risalissero, tornassero ordinatamente nei loro condotti. Dignità, cazzo. Devo morire, comunque. Facciamolo bene.

Nella confusione di questo momento sento il rumore delle pacche sulla spalla. Dapprima lo odio. Poi purtroppo, lo capisco.

Avrei voluto dirtelo ancora una volta. E dirlo ancora una volta a tutti. Le mie ali ormai sono una massa di cera lontana.
Anche loro. Ho sciupato anche loro.




Ma non si muore. Non si muore, maledizione. Si resta fin troppo vivi. Le terminazioni iniziano a ricoprirsi di polvere infettante. Dolore su dolore.

È stata colpa mia.


Postato da: enneenne a 17:52 | link | commenti (2) |

mercoledì, 08 agosto 2007

Fuoco fuochello / la fiamma traballa / il bue è nella stalla; / il bue e l'asinello, / è nato un bambinello. / Mi guardo intorno alla ricerca dell’accendino. Dove l’ho messo? Ho il viziaccio di appoggiarlo dovunque mi trovi. Così non lo ritrovo mai. Mi alzo e mi accorgo che sto traballando. Devo sbrigarmi. Frugo con le mani tra i cuscini del divano nell’oscurità che si è fatta totale, assoluta. Mi coglie il pensiero che forse non è così. Forse sono io che sono stordito e credo di essere nel buio totale. Ma dimmi se è il momento di pensare a questo. Dov’è quel maledetto accendino. L’ultima sigaretta l’ho fumata prima di aprire le manopole. Mi alzo di nuovo e vado ai fornelli. E lui è lì. Placido. Posato accanto alla macchinetta del caffè. Lo prendo. Lo sguardo si posa sulla quarta manopola. Ancora quella sensazione. Come una frustata. Mi volto di scatto, di nuovo. E torno al divano. Mi siedo. Metto la sigaretta fra le labbra. Mi piacerebbe riuscire a dare una boccata. Prima della vampa. Mi chiedo se sia possibile. Fra poco lo scoprirò. E poi, anche questo, non è importante.


Postato da: enneenne a 15:01 | link | commenti |

domenica, 29 luglio 2007

A la mattina quant suna i vott our / tutti i magutt se metten a cur / pestan i pee, batten i man, / hinn i magutt che van a toeu al pan, / batten i man, pesten i pee / in i magutt che turnen indree. / Sento gli occhi che mi bruciano.  Ci siamo. Prendo il pacchetto delle sigarette. Ne ho avuti tanti, finiti tanti, buttati tanti. Ma non mi è mai capitato di chiedermi: quale prendo? Ho sempre estratto una sigaretta anonima. La prima che mi trovavo tra le dita. No. Stanotte no. Questa sigaretta me la scelgo. Sollevo il coperchio e osservo i filtri ordinati precisamente dentro al pacchetto. E’ quasi pieno. A che ore l’ho comprato? Non ricordo. Non è importante. Credo di aver sempre scelto una di quelle della prima riga. E allora, stavolta la prenderò dalla seconda. La terza sigaretta delle seconda fila. Cerco di prenderla. Ma lei non vuole venire. Non ho unghie e non riesco ad estrarla. Scavo un po’. Niente da fare. Scuoto il pacchetto. Ma lei non ne vuole proprio sapere di staccarsi dalle sue due sorelline a fianco. Mi prende un leggero attacco d’ira. Non vuoi venire? Bene. Peggio per te. Prendo una di quelle di prima fila. E che lei si impicchi. Intanto gli occhi hanno cominciato a lacrimarmi decisamente. Li asciugo strusciandoli contro la manica della camicia. Mi faccio anche male graffiandomi con il bottone del polsino. Non importa.


Postato da: enneenne a 12:39 | link | commenti (4) |

sabato, 09 giugno 2007

Serata mamma di ginsberg serata alveare, il delitto
viene dopo di tutto, i relativisti e i loro plastici
riversi con la testa su un fianco, quaderno di Moorgate,
al passaggio dell’agnello ho pianto e nascosto gli occhi
sotto le lenzuola – il traghettatore prende in carico
la fanciulla, ha la quinta casa occupata da saturno, ho sognato
giulio con i capelli a caschetto che pareva volesse diventare
una donna, tutti i fragili con le ossa bagnate li rincontro
fradici nei sogni che affondano e affondano con un braccio
osso di pollo che riaffiora per di nuovo affondare,
le fotografie sono la morte di mia madre -
a Strasburgo, dentro alla chiesa a segnare le ore
c’è la riproduzione della morte, come te spalancata,
te beltà, te sorriso fra l’inverno e il progetto d’un corpo collettivo
e armonioso, io barba lunga di una settimana a grattarmi
la schiena a liverpool street alle sette di mattina,
sballottato su un autobus, alle tre del pomeriggio in giacca
e cravatta al lavoro – ma tu non dormi mai - per una visita medica  –
mia madre cambiava pettinatura piuttosto spesso,
le piaceva ballare, celeberrima e morta ammazzata,
nascosta come un fungo con una testa enorme
a nutrirsi di muffe, sbiancata come una puttana
la mia capacità di –
assoldata dai pupazzi di zucchero che vanno
sciogliendosi in questa primavera che si apre
alla via armoniosa delle insenature e del semplice
riempire le insenature:
e goderne.

Tutta la mia capacità.

*
 
achtung achtung, a babel platz
i libri sono in fiamme di nuovo
mammiferi di lusso pascolano
a piedi da Pankow fino a Wedding
sorseggiando cappuccini nella calma
luce di Berlino la maestra,
cominciamo subito col dire che la chiave
per questa parata selvaggia è la parola
variante – per non tenere misteri, e che il divano
sia posto vicinissimo alla gente in mezzo ai porti
dalla sardegna alla Cornovaglia barattando
cd con scarpe e libretti cuciti a mano con sciarpe
che scivolano dentro
alle pozzanghere (come pesci) che riflettono
palazzi e cavalli (ladylondon) nella stessa
identica trafittura – l’orrore ha un volume
generico che si riepiloga (nelle pellicole
di kubrick ammassate) negli scantinati
- plastic magical sergent pepper
lonely heart band – speriamo
che apprezziate lo show – mattinate
lisergiche nelle scale mobili della metropolitana
ascoltando blue calx degli aphex twin, Roma degrada
dall’alto verso il basso, le muffe, i rigattieri e gli extracomunitari
curano diverse malattie dell’inverno, mia amputata
io in questi momenti penso alla macchina
di tua madre che non la riconsegna
non la riconsegna
non la riconsegna ai tuoi occhi – ascolta
le mie parole cattedrale io ti porterò Amsterdam
davanti al bidet costruirò il cinema di Lipsia
di cui ancora non ti ho parlato lungo
la costa sentimentale di questa settimana nera –
nubifragi in Africa, a babel platz il falò
si alza – odore pirico per le strade –
la sera della festa ci strappa via i denti tu distanza
abbraccio e incolabile mancanza -
quest’attesa ha artigli che scorrono
lungo i fondali del mediterraneo – fibre ottiche
in allerta –  Bologna sotto assedio
si rifugia nei discorsi da vino rosso
nascosta dietro le costole della
piazzetta della pioggia –
dove gli strichetti neri
non sono stati tirati ancora via

come i manifesti moira orfei

*
 

Così satura la penombra
le mani nelle tasche, quella
sottile linea rossa che divide
i pazzi dai pezzi e la scritta che urlava
“Vogliamo vedere le ragazze” -
fuori i campanelli e i quotidiani    le cliniche
cercavano un modo per rendersi
attraenti o indifferenti – la mafia degli occhi
che ci vuole sempre a discolparci
per aver troppo desiderato la mafia
degli occhi si rivolge a chi può dare
soccorso immediato e assoluzione
per aver solo pensato il fatto –
Mother Mary comes to me
for I’m a wicked child e volevo
essere buono perdendomi fra le sagome
delle scarpe coi tacchi duranti gli aperitivi
(le diapositive) troppo cortese
(diafane) con le cameriere sempre
(troppo cortese) cucire gli occhi
bendarsi i rami che escono dal corpo
non potarli
tornare sotto le coperte
dalle mie bolle
al sicuro con le mie bolle
sotto le coperte

*
 

incarnato perfetto
abbiamo tutti a che fare con la luce
per mestiere o semplice indecenza delle
carni che stanno e fanno finta di
essere carne con gli occhi e le mani
sui tavolini e le gambe sotto i tavolini
spaventapasseri privi di ossa a suonare le bocche
in piedi sugli sgabelli sui marmi le polacche
quasi pronte per la messe – saccheggiare le risorse
per non trovarsi impreparati ad un corteggiamento
attraverso dei cavi  - la carne ci serve
come rappresentanza ma siamo tutti (firme
e) pillole, tubi che ci passano nel corpo misure
valicate costantemente nel petto dell’Italia
che muore o come Fede bloccato in Gronelandia
per una bufera di neve, (tre giorni, hai confermato)
non prendete le parole per quello che sono
stessi filetti stessi dentini che ci escono della gengive
incarnato perfetto in un corpo
con la cognizione
degli altri corpi categoria da evitare
per esser serviti e non faticare
i luoghi sono le vere persone
gli orologi compongono fiocchi di neve
la domenica in casa con la tuta le tue mani
l’innaffiatoio le opinioni l’abbacchio la voglia
di scoparti ragazzine dell’età di tua figlia la musica
classica 500 canali comprarti una pipa il caffè

la pausa

(la luce ti sorprende poco lucido ma)

non se ne accorgerà nessuno

(perché)

non ti guarda nessuno

*
 

tu e quali edifici
mansueti nel tritare
perso nei momenti di lucidità
a fissare dettagli
togliatti non serve più a niente
“Ma che li stampano a fare i quotidiani” disse uno

- gli zingari hanno cominciato
a coltivare le rane –

poi piccoli appunti sul retro delle holga:

chiamare tutte le cose albero, mascella, sole
vendicarsi delle altre razze
aggredendo giocattoli
------------------------------
loro ci sono addosso mendicano attenzione
le bare dei ragni piccole minuziose
come quelle dei faraoni
-----------------------------
dolci sono i sogni e fatti di pane
mamme che stendono corpi negli altopiani
dei palazzoni di periferia a sventolare
---------------------------
cavallucci marini e sigle da supermercato
(a proposito dei pesci
voglio vivere la mia vita e anche la tua)

*
 

testa di cazzo che se ne va come rimbaud
a spasso per i prati e poi si fa tirar via una gamba
per polemica e bastava leggerlo sui fili d’erba
che faceva tremare le formiche al suo passaggio
e anche quegli altri fenomeni, a capo chino
dinanzi al poeta che se n’andava in questa strada
o in quest’altra, per non tornare più

*
 

beati gli empatici, i chiaroscuri e gli insinceri
le acque si spalancano dinanzi a loro e quella
storia del quadro, del tempo, ti arricciavi
una ciocca di capelli con un dito e correvi
lungo le fermate dell’autobus alle 2 del mattino
(no, quella non eri tu) “A proposito del tempo”
dicevo “Mi pare che sia tutto fermo guarda in terra,
fissa la terra è ferma, non si muove niente” dicevo
e sapevo che di non aver ragione dal punto di vista
dell’ape o della betulla ma “Mi sono visto in una vetrina
capisci mi sono visto in una vetrina” e mi ero sentito (come)
di respirare insieme (a te da un unico) polmone
guardaci al mattino da un ponte, se riesci a vedere
una metropolitana o una ferrovia, guardaci e dimmi
se tutto questo è reale, dimostramelo
(guarda Venezia e credici) questi fantasmi
mi entrano e escono dal cervello
entrano e escono e io continuo a vedere persone
di fianco a me che non ci sono un terzo e un quarto
nella stanza e io che mi sento da solo

e il terrore di accertarmi che lo sono.

*
 

I fenomeni non apparvero nemmeno tanto all’improvviso,
gli inglesi si ubriacavano e non riuscivano nemmeno
a tornare a casa da una serata in un paesino di duemila anime
e ci si meraviglia che vengano accoltellati a Roma, succedevano
catastrofi ma tutto era quotidiano come sistemato, accadeva un’ora
e poi ne accadeva un’altra e nessuno pareva curarsi molto delle
cose accadute e sulle metropolitane si tenevano gli occhi bassi,
non si parlava sui treni, la procedura delle sedute in palestra,
la fabbrica, il praticantato del non agire, cambiare
il divano cambiare l’enorme cupa calma con qualcosa da bere,
ricominciare, presto o tardi dovrai dimagrire o smettere di fumare
o smettere di bere o smettere di confidarti – ti resta da scrivere
poesie mangiare pesche e dilettarti con la tua perversione favorita
(la mia è la contemplazione di adolescenti in paesaggi urbani)
così damascato così pettinato così ustionato così infinitamente
turbato dai frutti altrui –
mastica e digerisci
per esser masticato e digerito

(Proprio l’altro giorno mi chiedevo
cosa succederebbe se ipoteticamente –
dopo una catastrofe nucleare gli alieni
sbarcassero sulla terra e il primo posto
che visitassero fosse gardaland.
Mi chiedevo cosa penserebbero di noi,
 delle ruote panoramiche,
del nostro gusto disneyano:
su marte nessuno sa giocare a carte.)

*
 

Ti parlerò di tre ragazze polacche, una in tailleur, tacchi
E calze color carne (matylda), e altre due infilate
Sotto le coperte (monica e ?) con le loro canottiere bianche acquistate
A Poznam o a Katowice, tre polacche, io e una
Bottiglia di vino, detta così sembra bohemienne
(E proprio di questo volevo parlare, della distorsione
Dei filtri, delle lenti e della percezione, vi vorrei
Spiegare che non vedete nulla, basta una potente
Telecamera giapponese per dimostrare che non ci
Accorgiamo di cosa succede a un palloncino
Pieno d’acqua che rimbalza, o a un bicchiere
Che va in pezzi, gli occhi vedono pochissimo e di quel
Poco mentono la maggior parte e noi e le nostre parole
Striminzite che ci rimbombano nella testa mentre tentiamo
Di parlarci di rassicurarci di accarezzarci noi
Così tremendamente
Separati.)
Detta così sembra qualcosa di diverso come guardare
Una fotografia e credere che sia reale, invece le polacche
Camera 203, volevano che aprissi per loro una bottiglia di vino
Matylda ciondolava sulle caviglie sottili
Monica mi chiedeva di discoteche e abitudini, in italiano
La terza sonnecchiava nell’angolo lontano
Così simile alle mie endorfine

Volevate la comunicazione?
Eccovi un esercito di morti
Che parla una lingua morta:

Cristo il grido grande e gentile come una margherita balza
dal bordo del letto alla fine del crepuscolo, Mary la pigra
una mattina di domenica inarca la schiena, riceve –
lo abbiamo archiviato lentamente, languidly
nel corridoio - la sala era ampia, e silenziosa.
State vedendo questo
intrattenimento attraverso e attraverso.
Avete visto la vostra nascita,
la vostra vita e la morte; potreste ricordare tutto il resto.
Un riso soffocato dal ferro ha colpito
le nostre guance come un pugno fiacco.
Vuoi uscire di qui?
E dove vuoi andare?
Dall’altro lato del mattino ci sono solo pagodas, templi, mosche,
cravatte, stalattiti
non inseguire
ti prego le nubi disse non inseguire finché la sua fica
lo afferrò come una mano amichevole e calda.

(e di lui non si seppe)

Concentrazione impossibile

(lui non si seppe)

Qui vengono i comedians guardali sorriso oppure
guardarli ballare guardarli gesture al gesture così
deliberatamente asserviti - tutte le parole dissimulate -
le palabras sono rapide le parole assomigliano a bastoni ambulanti
piantale, dalle dei nomi, esse si svilupperanno - guardarli esitare così
flaccidamente davanti a una scelta orto poco domestica, l'Islamico
ha liberato il mio becco al picco delle alimentazioni
la ragazza della O libera il vostro pettine preoccupato, mentendo preoccupata
lei non ha paura, è solo una bambina spaventata, sente l’odore del mio nuovo
collare - prosa arrogante legato in una rete della ricerca fino a se stessa
il relativo rapido
ammettere i grassi che hanno preso in prestito il ritmo
le donne si  radunano in cerchio per formare la cassaforte del mondo
per tagliare la vostra gola
la vita è uno scherzo
vostra moglie è in un fossato, tu sei morto,

la stessa barca

qui viene la Capra dell’Anima

stanno facendo uno scherzo nel nostro universo


*
 

Galleria senza posa l’egitto i bloody mary
imbevibili l’autista con un occhio cieco,
welcome to the club, ragazza in gonna
rossa sdraiata con le gambe aperte
piano sequenza su un pianoforte dove una ragazza
inarca la schiena e con un piede schiaccia
un sol diesis - sei di fianco a un paralume
hai le mani sulla faccia, la tua casa
piena di libri non tuoi, scivolando
dal bordo del letto con la testa sull’angolo
la luce sghignazzante che zampilla
da sotto le tue gambe, la storia polacca fatta
di vetri rotti nella notte e papi, collana
di perle su una coscia la sottile peluria
all’interno della gamba sorpresa
a saltare sul letto sorpresa sotto
la neve a fissare un lampione rosso,
non prendere messaggi, bocca rossa
e domenica mattina, scroscio di pioggia
e visuale di uno scaldamuscoli, televisione
accesa telegiornale in tedesco ragazza nuda
riflessa nello specchio metti giù le armi
non sei sotto attacco copri le armi non sei
sotto attacco, alternativa sessuale
residuo di mosca, nella posa velenosa
ho scoperto di essere quilty alla 120 notte
di lettura e l’esilio ho scoperto di essere quilty,
i voyeur hanno pantofole e tossiscono
dentro a manine fredde fredde
davanti a schermi lampeggianti, il teatro
del viola l’angelo che perse le ali non
divenne necessariamente un desiderio sfocato
televisione rossa le tue braccia alzate le costole
la linea sottile linea della

l’amore moderno
questa stravaganza
no tempo meglio di niente

atteggiarsi a migliori

voler essere te

*

La carta-faccia.
Molto pacifico, meditazione,
base aerea nel deserto osservare fuori
i ciechi veneziani abbassare la testa
sotto i ponti della Città Irreale

Pellicole del maschio

Esplorazione

Conoscete l’Aderire alle fiche e ai rubinetti di d’isperazione abbiamo
ottenuto la nostra visione finale, dall'applauso all'inguine sorridendo (le ho
toccato una coscia e la bambina ha sorriso)
Le finestre mantenute noi
Avvolti nella placenta del guanto viola noi

Dell'ora gentile del velluto e del volo noi

Della razza del piacere arabo

per la vostra casa appoggiata serica
come una testa
(mettiti un anello)
Di cupa calma saggezza
(fatti un tatuaggio)
avete conosciuto i pazzi
(santifica)
state facendo funzionare la nostra prigione
Per essere un collage della polvere
sulle fronti delle pareti della fiducia
dove eravate nella nostra ora magra?

Questi mutanti, anima-pasto per la pianta che è arata
Questi mutanti
stanno attendendo per prenderci
nel giardino di giuda l’eletto
privato di tutto l’affetto


*
 

Per ogni caso di morte in estate, souvenir di guerra dai vicoli
ceralacca il sole lo guardavamo come fossimo sopravvissuti
a un evento nucleare – io e la tua partenza,
si riempie la tazza del chiaro - primo mattino, aeroporto
gli ibridi strisciano come bruchi
dalle lenzuola ai fondi del caffè –
dervisci di stracci muovono l’arianima sul soffitto,
i calzini, le bustine di thè lemon scented
s’occultano alle dita solenni –  i semafori duemila
chilometri sotto si mischiano all’alba, un camioncino inchioda,
la storia e la religione e l’alta fedeltà sfrigolano
sui fili elettrici attraverso lo splendore del deserto
e nelle colline policrome -  senza capelli grigio spento-viola
questa diagnosi da attribuire a un malessere dell’anima-
pirotecnica inventata  da bambini un tempo deliziosi
questa mattina, due cognomi inglesi da avvocato sulle insegne -
una mela verde da trovare in terra lungo un marciapiede
tremendamente grigio di Londra, 3 a.m. in the morning
tuoni, bombe e farfalle M-80, girasoli,
da donare alle ragazze dalle dita sottili
figlie di quelli tornati dalla guerra della pace


*
 

polaroid:
scrivere un testo
che si intitola Milano
non è così affascinante se non sei
un islandese.
 
*
 

“Gli itinerari” mi dicevi con quelle manine
piccole piccole o meglio erano le dita a sembrare
fragili fotocopie (delle bambine di schiele) le dita
con cui indicavi la strada che portava
fino alle porte di Kiev “Potremmo prendere un
autobus all’autostazione, aspettare assieme
a tutti quei polacchi o ciechi carichi di buste enormi
e andare a Brno, oppure
direttamente a Mosca, quanti giorni
ci vorranno ad arrivare a Mosca con l’autobus?”
dicevi e come una calcolatrice che rende
improvvisamente una cifra la stagione fuori
divenne estate per una evidente moltiplicazione di
odori piedi zanzare che restituiva cifre sentimentali
alle quali era impossibile non prestare la parte
anfetaminica del cervello quella
che ci tiene nascosta
la nostra plausibile morte ogni quindici secondi.
 
Inseguo un castoro, nel giardino, a Moorgate.
 
Mi masturbo in un bagno in comune, a Parigi, settimo piano
con le luci della città appena sotto il mio gomito sinistro
indifferente e altezzoso
come fosse
il gomito di una fotomodella.
 
*
 

Con le unghie appositamente conservate
Comporre la scritta
Dovresti conservare le parti del tuo corpo
Sopra un tavolino a Berlino, sette e venticinque
della sera, nessuno al lavoro scrive l’internazionale,
a Berlino fanno tutti i politici o gli artisti, si hanno
fattezze da piume e si chiama lavorare bere un bicchiere
di vino alle cinque in un giardino, parlando
di attentati terroristico marxisti dalle colonne di un giornale
distribuito clandestinamente tramite la rete ferroviaria
Berlino/Bologna, e ora a Prenzlauerberg, Mitte,
Wedding, Kreuzeberg,  manifatture del ferro vuote
capannoni atti un tempo a fare la parte dei polmoni
della grande Germania ora lasciati affittare a me,
a 400 euro al mese, per avere una galleria, un universo
parallelo personale e domestico, dove lasciare
installazioni per la casa, i miei problemi
con la casa, vogliamo parlarne?
nella casa in cui io vivo solitamente dopo un po’
di tempo mi dimentico del mobilio che ho intorno
lo assorbo, negli occhi, e lo percepisco appena
in superficie col trascorre dei mesi, avendo per gli oggetti
di cui ho bisogno cura e memoria nel ricordarmi
dove li lascio, sepolti, vicino a cosa, in che area
d’importanza della casa (sulla libreria, di solito,
vanno cose solenni come bollette
o chiavi o accendini)
e forse vivere in un capannone di cui posso cambiare
l’ordine e installare cose come tende o costruire
piccoli quadrati di cartone dove entrare a quattro zampe
o zone interamente occupate da cuscini o piume,
mi aiuterebbe senz’altro ad avere un rapporto
con la mia unità abitativa meno distaccato - 
scrivo di Berlino perché io ora sono su un aereo
privato della mia vita terrena sospeso in questo
sogno d’ossigeno e nuvole viste dall’alto e sonno
impossibile per i vuoti d’aria coinquilino senza carne
della mia vita pronto a rientrarci solo nel momento
in cui toccando il suolo con un piede mi guarderò intorno
come ci si guarda appena scesi da un aereo, come se si
venisse partoriti in luogo estraneo, dentro al nostro corpo
di nuovo pronto a ricevere messaggi, e ai nostri polmoni,
ansiosi d’annerirsi perché nessuno è realmente consapevole
che la sua morte prevista fra quindici secondi è dannatamente
plausibile più di una vincita a una lotteria.

*
 

Al primo con la faccia da inglese che incontro a Londra,
bigliettaio per la terravision nella tratta
stansted airport/liverpool street
chiedo in italiano: scusi, un bagno?
 
Voltato l’angolo a destra, risponde.
 
*
 
Post notes: gli inglesi hanno la mania
delle cose colorate
degli elenchi
delle file
Per nulla brillanti
non sorprende abbiano vinto
una sola coppa del mondo
barando
 
*
 
Non comprare le sigarette
abbonamento ai mezzi di trasporto settimanale
(weekly travel card zone 1 and 2)
ciao si dice cheers
amico si dice mate
puoi vestirti come ti pare
che non ti guarda nessuno
proprio come raccontavano in dylan dog
 
*
 
Passaggio dell’agnello, caseggiato quadrato
con giardino giapponese
incastrato fra i grattacieli della city come una cosa
dimenticata, in condivisione con la chiesa battista
di ***, solo il sabato mattina, “Non fanno neanche
tanto rumore” dice lady B così composta
nel suo pigiama di vetro nero a gambe incrociate
fumando nel giardino
fissando le ragazzine nere con le cravatte allentate
e la giacca blu ciondolare attorno al perimetro della casa
Moorgate, dove biondini spettinati dal barbiere con
le cravatte allentate fumano sigarette davanti
ai grattacieli di vetro assieme a biondine dai fianchi
larghi e le scarpe basse, bianchissime, penso
che i poeti dovrebbero scioperare e non accettare
più recensioni penso che prima di sparire, devi
essere apparso, mentre disegno isole con le parole
e attorno alla mia bocca burroni lasciano piovere dentro
ogni tipo di cianfrusaglia.

*

 

tu sei coi documenti in mano, hai affittato
un camioncino per portare vie sedie e tavoli
e interi scatoloni di piatti e vestiti degli anni 80,
vorrei fotografare corpi di ragazze bellissime
con i nasi adunchi o lo strabismo di venere,
questo ti dico, mentre sei china sopra una bacinella
apparentemente affaticata, se fotografare
è scrivere con la luce si deduce
che l’atmosfera sia maggiormente
decisiva del fatto se scrivere
è fotografare con le parole tutto quello
che ho da offrire sono armadi di polaroid
“E’ che parli la lingua dei matti tutto il tempo,
nella tua testa, e alla fine i tuoi pensieri
pensano te” dicevi ed in effetti quante cose certe
londra è la città più cara del mondo
Venezia, l’acqua alta, 24 H, sessuale,
no luci, box, pantheon, biglietteria,
il pollame dell’anima, marcello
con indosso un cappello identico
al cantante dei curiosity killed the cat
ma quelli erano gli anni 80, gli anni
dei vestiti in questi scatoloni, Berlino
è la New York degli anni 80 scrive il
new york times a Berlino nessuno lavora
si beve caffè vicino alla Sprea all’ombra
di piante acquatiche, di zampe di tavolini
e ninfe eteree, a Kreuzeberg inaugurano una galleria
un artista olandese manderà tutti a fanculo
in italiano per tutto il corso della serata
si potrà bere gratis

sono tutti lì, c’è anche david bowie

*
 


Onda cerebrale solenne e mansueta in accolita
con le quattro stelle qua fuori – odio le ragazze
romantiche ho scritto in un bagno a Tolosa mentre
i cassonetti andavano a fuoco per davvero ti dico
i cassonetti e i piedi di margot che s’imbrattavano
poi c’è stato il fango e la sacralità degli alberi
e poi è stato il tempo di margot e delle fiamme
degli aghi e le crune e del continuare a giocarci -
“parlando come forbici” sussurrava margot
prima di dormire stretti con jerome e la sabbia
dell’oceano atlantico e le funivie che portano al sonno piene
di sedioline vuote, cigolanti

*
 

mamma carta da parati mamma zucchero a velo
dagli occhi alla cornea la mezzaluna della mela
nel forno si trasforma negli occhi della nonna
e le nocche della sua e tu, mia madre, avevi paura
della tua -  e come potevi pretendere di infilarmi
aghi o richiamarmi a casa mentre facevo il gol
di platini contro l’argentinos junior,
quello annullato

proprio come io

*
 

La notte nel letto si scava una buca
nel centro e fissa “il resto” da fuori
“il resto” che avanza lungo le scale
della notte ma per adesso è lontano
lui è al sicuro consapevole che il noi
è una sua mano più una sua mano.

*
 

Trasmettevano un documentario su
degli impiegati che fumavano fuori
dalle porte

un documentario girato da una ragazza
norvegese ispirato all’atteggiamento
del cattolicesimo nel corso dei secoli
visto da una prospettiva
puramente estetica.

A Roznov una ragazzina spinge una bicicletta
se qualcuno lo fotografasse sarebbe più vero
ti dico mentre tieni una mano ritta sulla fronte
per coprirti dal sole - ricordo che una volta
a Varsavia ho preso un autobus e sono arrivato
fino al capolinea e poi sono tornato indietro  ricordo
il capolinea (i palazzi) e io che stavo seduto nel fondo
dell’autobus, che una signora in ciabatte con una busta
della spesa ha sbadigliato

era approssimativamente il 1997 se qualcuno
l’avesse fotografato adesso sarebbe più vero


*
 

Metamorfosi di Gouda, ombrellini neri
da rubare, ragazza polaroid al cellulare
a cui chiedere un’informazione, asciugamani puliti
c’è da dirlo, sarebbe ora che io fornissi
una definizione di te maggiormente chiara
poiché i lettori vorrebbero identificarti, e di conseguenza
identificarsi con te sono i vincoli della comunicazione
e anche se tu sei la signorina “non-ho-mai-chiesto
di-far-parte-di-questa-sceneggiata” dalla regia
mi dicono che devo stringere un patto con il lettore,
aiutarlo, poiché la vita è deja fatta di persone che incontri
e spariscono e accadono cose che non capisce nessuno
nessuno (pensa a una stazione) fa qualcosa
con una motivazione oggettiva
non esiste l’oggettività senza una aggettivo
possessivo davanti e una persona autorevole che l’imponga
ma queste sono cose da primo del mese mentre io vorrei
tentare di descrivere te dire quantomeno come ti chiami
adesso che mangi il cibo con le mani e ti lecchi le dita
con un piede nudo sopra all’altro piede nudo stagliata
controluce in questa cucina di (non lo diciamo, lasciamo
da parte la geografia e occupiamoci dell’altra cosa)
che pare non possa accadere nulla adesso con questa
luce e “penso che pioverà” dici masticando una fragola
e “hai detto la stessa cosa ieri e ieri l’altro e ieri l’altro ancora”
dico e sorridi e scuoti la testa e io di te posso annottare che:
1 hai le spalle da nuotatrice
2 quando ti vergogni ti si cuce la bocca
3 quando ti trovi una situazione complicata
come stare in piedi dal dottore incroci le caviglie e
4 hai una faccia interessata davvero credibile quando ascolti
qualcosa che non ti interessa affatto e
5 “volevo solo essere educata”

dici e fotografia e pornografia è la stessa cosa
si tratta di dirmi dov’è questo dov’è quello e cosa
dobbiamo illuminare con i nostri occhi o una luce
tu col pigiama io con le pantofole la nostra rivoluzione
non comprende nessun altro ma non sono cose
gentili da dire non sono cose che potremmo dire
ai tuoi genitori non sono cose
con le quali potremmo fondare una religione

la presa agonistica del mirtillo blu
un coniglio nella posa degli oroscopi
lenzuola farfalla tu lasci un piede ad asciugare
nel catrame sbatti le mani delle ciglia – “Ho perso
i battiti della lingua sui denti non so
contare ho voglia d’islanda”
cordon bleu confezione famiglia 3 euro e 90
i sufi che danzano e cadono a terra tremolanti,
sogno di tangenziale, macchine di cartone,
non contare su di me, furti di mele o melanzane
atroci sibilanti gonnelline certe spalle le spalline
la posa della gabbia, delle labbra, un secondo,
non vuoi modulistica in questo caso partecipa
l’appendice del pappagallo si tiene perfetto in
equilibrio e dondola sorvegliando con un occhio
solo la mensola l’impero la nostra femminilità.

*
 

Solo per un giorno gli eroi di questo naufragio
se potessero un giorno solo senza macchina no tempo
ma non ci fu spazio né allarme che l’ensemble
si radunò una discreta faunetta attorno
si facevano fuochi per bruciare i legni vecchi, le cassette
rotte, dove ci sedevamo a bere, mammiferi,
finalmente, dappertutto, come quelli che rimangono
silenziosi nell’attesa
per quelle che escono dai buchi nude
per la vostra assicurazione sulla fabbrica e
per l’aria che respirate dentro alle metropolitane
con il resto dei soldi:
imparare a pisciare da grandi altezze

*
 

Un mago del ferro aveva trovato una via fuga
“margot togli la maschera da coniglio”, oggi
frangetta da egiziana, desiderio di sale iodato
e invece cabine del telefono con le cornette ciondolanti
inventate dal cinese che non sviluppò per guerra,
non sviluppò per mare, un esempio eccellente
un corpo arma per provocare un effetto estetico
piuttosto che un assassinio —
non è pornografia questa?
farfalle M-80, girasoli, ampolle per distillare il ginepro
radio testa accesa 24 h al giorno mamma antenna
è  "Una Foresta In Primavera”
oppure "tempo di rivoluzione” le palabras
non significano niente nonostante
tutte quelle scritte minuscole sui fogli delle diete -
la luce la sua sigaretta dalla testa sfrigolante
di una bomba H nera - immagina
l'aria piena di lamiere e succubi,
una disposizione oppressiva di polizia-fantasmi
le chiavi del bambino teppista
che brucia un fiammifero della cucina—
sciamano-apostolo, polvere da sparo
d’ estate disegna - fracasso nella notte pesante
con le stelle tirate e l’arsenico e il demonio
in salotto, il sodio e il calomelano, un attacco improvviso
e violento, Tolosa parla la lingua luccicante
della limatura di ferro — l'attacco alla Sua banca locale
o alla brutta chiesa con le candele romane
finì come finisce uno schiaffetto flaccido
flaccido dato da un’insegnante a un ragazzo a Kyoto
dinanzi al sasso a forma di cuore, estemporaneo e anonimo
puoi esserci anche tu, vivace o aggressivo o semplicemente
turista, (forse di nuovo da autocarro/le sponde erano
le sponde basse/così/basse/alla radio accesa
come una fiamma/passavano sting)

mentre nel mare la femmina dello squalo martello
si riproduce da sola.

nasty and rubbish dentro alla porta bocca di sophie
dove i gambi delle spice girls vengono a posare sophie
così raggiante frida calo magnifica pettina le sue
parrucche fuxia o azzurro porta a spasso il vestito
fine impero rosa confetto con grazia dannunziana
sul graticcio sui tetti degli edifici delle assicurazioni o
delle scuole— una ragazza che stava qui si è suicidata
e pare sia tutto riepilogato in un quadro a cui sta
lavorando una certa elisabetta di Treviso che vive a Brockley
dove sagome nere camminano attraverso i corridoi ansiose
di possedere un cappuccio una possessione un piede
dei bambini delizia
serpente o Caos –  la soluzione finale
la paranoia collettiva seleziona i figli
il dragone avvolse il binario d’un vago verde contro
un sfondo di sodio, le nostre città, la nostra giustizia –
quelli che hanno respirato l’ossigeno ingialliscono—
non calchi su di me la sua impronta -
o accoppiandosi mostri una cosa mostruosa
e delicata

un batuffolo

*


La nube-scultura, licenze di polizia
per un pubblico tres chic
fra le gambe di tua figlia
(tu con la telecamera potrebbe essere
un’idea enorme come la nike)
alieno nella piaga emotiva
danneggiato dal vicino
raggio del carnefice
la variante di valico
comete che esplodono con odore di hascisc radioattivo
volere le ciocche
ossessionante pubblico
santo il fuoco la scintilla
sull'architettura della borghesia
sequenze di signora - dita che cadono
sulla legislatura pavimento
l'attacco cominciò ai riformatori
nelle sale macchine qualcuno
distrusse i motori

*
 

mont marte la carcassa dell’opinione pubblica
si sfascia lungo le palme di Gambetta
più avanti è l’esercito o l’oceano i gabbiani
sono enigmi del centro, plausibile fraintendimento
nei prossimi quindici secondi -  tutti i capricorni
presenti distrussero le loro tessere gli altri,
più in la, avevano tutti i gomiti piegati e i cani
e fumavano sigarettine senza filtro, tre baci di saluto
innamorato di una parrucchiera indonesiana tradita
con un’adolescente intravista in una macchina
corrispettivo andino, l’argentina sta aspettando
l’invasione delle gallerie, Buenos Aires con
un amplificatore, una yamaha e un capitello romano
i grandi spazi hanno bisogno di voci enormi le discipline
si attrezzano nel giardino di sophie dove sono manichini
erbacce, alberi pieni di cesti e nastri e londinesi affondate
nella luce, lo stagno di dio non lo riflette per intero,
il mito pagano è ancora solo una molecola a fame unica
desiderosa di compiere un miracolo d’armonia,
quando mi chiesero alla radio an impossibile wish
io dissi to stay hug forever with the person i love
le cose normali della giungla dei senza peso
quelli fra gli alberi tutto il tempo
per il primitivo semplice una salvezza imprevista
acceso infinito sonoramente
ad amplificare il culo
le galline

*
 

Il natale dollaro ideale come aperitivo
chill out per periferie scarpette da ginnastica
all star davanti alla piramide al louvre all star
davanti alla piramide dell’aventino dove incrociai
due ragazze inglesi con le gonne e le infradito
che passarono ridendo così rosa pallidissime
nel pulviscolo della luce dei fari le macchine
i lampioni lo sghembo della strada i loro
volti come squame in un tessuto che si scivola
addosso fra i meridiani e i paralleli a Amsterdam
una ragazzina e

 *

E si ruppero tutti quei fragili scheletrini quella serie
di ossicine messe in fila, vicino agli acquitrini le
più giovani si tiravano su le gonne e alcuni le
riprendevano continuamente per dimostrargli
l’efficacia della loro esistenza – nel ghetto, gli altri,
quelli diversi, stavano seduti sotto ai pergolati dei bar
fumando sigarette tutto il tempo finché si apriva una porticina
e uno sgattaiolava dentro mentre le polizie del mondo sbadigliavano
tenendo la mano ben salda sulla testa di vostra figlia –
i preti seppellivano gli auricolari ormai li si impiccava
ad ogni albero e i chierichetti contandosi auspicavano
alla fine degli alberi, da sempre senza messia – governanti
e governati con le mani nella stessa pasta le ciminiere
sciarpe di periferia a largo gli yacht con ragazzine pronte
a conservare i propri vestiti a trasformarsi in bambole giocattolo
e marta con l’apparecchio per i denti marta con una lente
d’ingrandimento davanti all’occhio sinistro
marta sulla neve, che fotografa un cane
marta con lo sguardo corrucciato mentre scrive
su un quaderno marta con un occhio chiuso e tutte
le stradine piene di curve la macchina – il silenzio della strada
vuota le luci e la cosmogonia nei neon fiammeggianti mentre
marta corre su un declivio, in un prato, poco dopo
nemmeno tanto tempo fa –

 *

“Ho interrotto qualcosa” disse lei entrando dalla finestra
ma noi non stavamo facendo niente c’era, è vero
quella faccenda dei sogni ma ormai fuori nessuno
si preoccupava più di nulla “ Sono tutti senza camici
nessuno sa bene cosa accadrà” dissi per muovere l’aria
ma lei era già con una mano sul bollitore con l’altra
nel mio petto che non ci accorgemmo che pioveva
da quindici giorni filati e i bar erano affollati, comunque,
gli insetti dell’aperitivo si asciugavano le zampette sottili
sulla segatura all’ingresso di bar dai nomi esotici oppure
erano curvi nei locali trendy del centro ricavati
da grotte, parlavo di lei, la seppellita e ancora lei,
la crocifissa per noi per redimere i nostri
furtarellli da cucina, sorpresi com’eravamo stati con
le mani dappertutto, marta con una giacchetta
verde striminziata in una foto che prova ad accendere
una candela, il cane con la sua ciotola in bocca e quella
volta che il vino cadde nel vassoio e formò
la costellazione del cancro “Nessuno sa cosa fare
là fuori è pieno di finestre che sbattono” e io avevo
paura non conoscevo nulla dovevo ancora approfondire
dylan scoprire le radici della musica degli anni ’60,
girare un corto, ma servivano le cassette le anfetamine
del velluto viola lei, sul bracciolo del divano, in equilibrio,
che cammina con le braccia spalancate – questa situazione

 *

sì insomma poiché io e i tuoi occhi, ci sono stato
abbiamo condiviso, il lampeggiare della linea viola
tutte quelle crudeltà, stringerti la carne o non rispondere
i telefoni si annacquano nella placenta della conversazione
comunicare il divisibile del resto farne caramelle
da consegnare agli sconosciuti, dettagli di novocaina,
le femmine dei barbari sui tacchi a spillo custodiscono
le costole dei loro sarti che si grattano la gola
con un dito ricurvo – lui prese la pistola a londra
si incamminò per i pavimenti illuminati non aveva
intenzione di diventare quel tipo di persona che
non si emoziona più per un corpo nudo –
la cecità della punta delle tue dita non le impediva
(alle tue maledette dita) di raccogliermi dal pavimento
le unghie che avevo divorato e sputato, souvenir di praga,
tu allunghi la mano sulla curva della testa di lei
che è negli occhi - spillo e giostra, maniacale
come una cosa stupida che sbatte
contro una cosa trasparente –
non aver paura degli ascensori ti avvicina a dio,
gesù parlava fitto fitto a Betsabea con uno
con una barbetta e i piedi scalzi e impolverati
gli diceva un sacco di cose che
a quanto pare, non aveva invece intenzione
di condividere con me – la strada è la porta e
tu ci sei nel mezzo, come un occhio nell’ arcata

 *

Divorare le margherite farsele portare
truccare il numero dei petali
per dare sempre il tuo nome
soluzione dell’est
la manciata di soldi da coltivare
il bulbo piantato nel tuo corpo
ogni sera innaffiare
i ganci per tirare la pelle sorriso
le bende femmina per le ferite
le tue ginocchia rosse
tanto di quel tempo da coltivare una vite
chiodo estetico
tapparelle abbassate
questo modo di essere eterno con una mano sulla tua nuca.

 *

scendemmo dalle mollette proprio
come fa la pioggia e cominciammo:
fanne un marchio fanne una scritta
ti muovi con ragazzine pigre che ti danzano nella testa
saltellano tutto il giorno, tutto il santo giorno
ti ricordo col freddo in faccia, canticchiavi
una canzone francese, tu che francese non eri
per graffiarti via l’erba
assorbirti a specchio leccarti
l’interno delle guance
poiché non sei venuta poiché
ero in quello sguardo
mattinata d’ebbrezza quella della spiaggia
in cui ho mangiato le tue impronte
per cavarmi dal corpo la fame le cose
brutte che mi rimangono sempre addosso
tu
rimani
trattieni
pare che piova da quindici giorni
le verdure non salveranno il pianeta
il tuo vicino ha l’erba più verde
stanno nominando il nome di dio
non ci si può parlare
tu non riesci a trattenere
le tue parole sotto alla tua linguetta

 *

Vicino Casta Soldi Il culo Galline
Personalità Palestra La Cocaina Guardare Alberi  Conflitto
Automobile L’ Elettricità 24 h Mtv Idioti
Giudice Dimagrire Il Telefono Mare Mafia
Farmacia Da Coltivare Spine Aeroporti Il Papa
Vanità per Aiuto Sognare La Spiaggia Rai uno
Sicurezza Democrazia Fotografia  Sposa Oggigiorno
Fantasie sessuali Sterline Generazionale Il vino America
Il caffè Fumo Internet è Maschio Zero
Bar Anarchia Politicamente Natale Dollari
Natura Polizia Adolescenti La voglia Adulterio
Seduzione Soluzione Euro Succhiare Il capitale
Il tempo Neon Tuo cellulare Animali Morte
Presto Giovani Casa Taxi Pornografia
Morte I telegiornali Poliziotti Bellezza Account
Download Pillole Le code Interessi Società
Figli Latin Lover Etico Mariuana Multietnico
Etilico Stupro Incidente Grattacielo Calcio
Potere Terroristico Qoelet Gruppo Fica
Assassino Anima  Volere è Tavola Calda  Credito

 

 *

 

Zebra il punto l’aderenza
a tutti gli intenti sarò promiscuo
e illibato e tutto quello che farò
lo riferirò solo a voce a fiato
respira respira respira
se 16000 primavere del meriggio d’oro
i tigli chimici assordanti nella piega
dell’ora violetta dove tutta la stanchezza
si fa piccola da passare nella cruna
dell’immagine che ti disseta
tutta quella gola

di cosa muori di desiderio adesso?

E fra quindici secondi?

Dai importanza all’appuntamento
Programma le 24 ore programma
La settimana, gestisci le entrate la mensilità
Con calendari laptop notebook – kafka
solubile nelle bustine di sale di lisina –
per renderti il morbido ingranaggio
applicabile al quotidiano – non guardare
i guasti i tetti gli affitti delle case popolari
non guardare oltre la tenda del confessionale
6 buoni esempi per far riuscire una parata
24 consigli per comportarti bene in un blog
per risparmiare energia anche se
non sai nemmeno come ti chiami
non sai come funziona una lampadina
non sai come funziona una calcolatrice
non sai come funziona un orologio
e hai solo voglie improvvise che vuoi
realizzare nel più breve tempo possibile

sta bruciando qualcosa in città

i nani tiravano fuori lo status symbol le macchine
e tutte le ragazze che hanno fra i 14 e i 20 e che hanno
voglia di apparire – questa generazione di lolite si
ricambia in continuazione e le vuoi anche tu – non
parleremo in questa circostanza del tempo che perdi
a parlare con lei quando vuoi solo fartelo succhiare
del tempo che perdi davanti a una vetrina fissando
i manichini quando vuoi solo fartelo succhiare
del tempo che passi parlando con sua madre
quando vuoi solo fartelo succhiare
del tempo che passi all’ikea dando pareri sugli scaffali
quando vuoi solo fartelo succhiare del gioco
di fare il marito quando vuoi vuoi solo fartelo succhiare
non guardare le amiche di tua figlia
non guardare le amiche di tua figlia
e non giocare al padre  quando vuoi solo
fare i tuoi comodi per una ventina
di minuti e accumuli e pianifichi e soffri e digrigni
i denti alla sveglia e fai palestra e fai il manager o
l’operaio e ti togli le sopracciglia
e ti compri dei cappelli e passi le vigilie in famiglia
solo per avere il tuo spazio con lei a disposizione
che fa tutto quello che vuoi
tutto quello che le dici e non parla
succhia e non parla
non ha fretta
non ha nulla da fare
solo stare lì e fare quello che vuoi tu
non desideri questo?
non siamo ne buoni né cattivi
le ragazzine che succhiano sono dappertutto
ricambio generazionale
la primavera gonfia il cuore di polline
e il cuore si vuole far gonfiare

sei innocente paparino
né buono né cattivo
Nè carne né pesce
Sottratto alla legge
Come un prete

*


consegnammo l’italia in mano a quelli che arrivavano
e potevamo ricominciare a curare le nostre piccole
cose di tutti i giorni – le donne, comodamente riposte
in scaffali come profumi e questo cercava di spiegarmi
marta che la donna “si lascia indossare” e io non capivo
questi concetti sottili, roba da caramelle e apaches,
le ventole preziose si prendevano la cura di spingere
l’aria i più fortunati anche alle 11 del mattino erano
con le caviglie sotto alle zampe di un bar, rinfrescati
da basse correnti sotterranee – i martini sorridevano
nella sala la porta si apriva con un silenzio di chiesa
tutte le parole si vendevano nelle numerose bancarelle
che affollavano la strada fra le piante e l’acqua che
inondava i marciapiedi, i giornali non servivano più a niente
ma le rotatorie continuavano a macinare si era come
sonnambuli, o partecipi della vita di altri, montatori
di un film che non ci apparteneva ma ci accadeva
in continuazione e con un ottusa persistenza
fra ai nostri pomeriggi di golf
o le puttanelle
o il corso di cucito, mamma
o i coltelli

*

l’immigrato e il cinese in combutta coi tuoi
occhi, macchinine inutili in un gioco
che riguarda solo te, la tua trave di chiusura
il tuo clan
passare prima ai semafori
un amico in circoscrizione
vincere i concorsi
fare il soldato se vieni dal sud
le poesie non danno da mangiare
e invece i broker si

stanno liberando i cani i cancelli
sono tutti aperti

*

i drappelli e i comitati e le associazioni
erano formati da corpi che improvvisamente
si riunivano in uno spazio delimitato e questo
destava molta impressione, tutti sembravano
molto indaffarati e preoccupati e al tempo stesso
tutto durava un minuto appena, un uomo
con un coniglio sul collo mi passò vicino
per la strada, era l’agosto del 2003,  e nessuno
ne conserva memoria - o un balletto
che fai quando rimani da solo, sentendo l’eco lontana
del carillon dei pazzi che se non ti vede nessuno
non sta suonando per te –
il giovane è una categoria che va rimossa dal dizionario
le immagini si susseguono in continuazione e danzano
sul perimetro della tua cornea, sguardo fugace,
un’icona di spam, per esempio:

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tutto questo è impresso nell’occhio
tu sei così lontano
al sicuro
bene così
lontano


Postato da: enneenne a 20:17 | link | commenti (2) |

domenica, 12 febbraio 2006

“C’è una luce dei fatti molto chiara, che mette in evidenza le cose” , questo dicevo a blo mentre gli spolveravo la giacca con una mano, liberandola dalle briciole, “E c’è una zona d’ombra dove le cose sono molto più sfumate, o meglio, una cosa compenetra l’altra che compenetra l’altra che a sua volta è compenetrata”, guardavamo gli x files mentre lu era sobria e aveva preso un atteggiamento norvegese, tutta vestita di rosso mangiava salmone con le mani, il salmone così rosa sulle mani, lo mangiava davanti al minibar, seduta davanti, aperta in terra come una stella marina, con le gambe spalancate e bianche sulle piastrelle blu, mentre alla televisione una giovane sposa si faceva montare a neve da un meccanico senza mutande sotto alla tuta, blo era appassionato di tutte queste cose blo diceva che la pornografia era come la crescita dei capelli, nessuno lo capiva, restava lunghi momenti da solo o senza rispondere alle domande tanto che a volte io e lu ci tenevamo le mani e sottovoce ci confessavamo che forse blo non era tanto normale, sorrideva in maniera strana, non si interessava di nulla, in realtà né io né lei lo conoscevamo bene chi poteva dire di conoscere bene federico blo? Io chiedevo questo a lu e desideravo toccarla, ma lei si nascondeva sempre dietro a qualche tessuto, metteva foulard e coperte a difesa del suo corpo, potevi toccarla ma era sempre avvolta in qualcosa come un baco, come un’essenza incerta in attesa di diventare qualcos’altro, la metamorfosi era uno dei concetti che più catturavano l’attenzione di blo, della sua filosofia, questo era in fondo la cosa che ci aveva attratto di lui, che si desiderasse immediatamente e in maniera spontanea la sua attenzione mentre lui si defilava, fumava delle sigarette lentissime, in silenzio e da solo, usciva all’aria aperta per fumarle, si prendeva il suo tempo e usciva a fumare le sue sigarette e accarezzava i gatti, o gli dava da mangiare, camminava lungo i fiumi delle città e tu desideravi che lui tornasse, che fosse lì per te, volevi essere nel suo campo visivo appartenere alla sua concezione di gravità, ma lui sembrava sempre avere qualcosa di più urgente da fare come i gatti quando d’improvviso si fanno attrare da qualcosa di invisibile e scattano improvvisamente, così come improvvisamente si arrestano per leccarsi, nel mezzo di un’azione magari, e così era blo, ti dava sempre l’imprssione che poteva lasciarti andare in qualsiasi momento, e l’idea del viaggio faceva parte in qualche modo di questo concetto, in parte perché lo espresse nella stessa serata e in parte perché a fare opera di congiunzione c’eravamo io e lu come due ponti come due funi che dondolavamo e ci recavamo le informazioni l’un l’altra, io e lu come un unico organismo come l’edera, ci sentivamo attratti da blo e lo seguivamo, anche per la fotografia e il resto, tutta quella marjuana, le dita dentro alle cose e il resto,  non eravamo in fuga o almeno, non lo eravamo percettivamente, ma esistavamo come pure forme irrigate dalla materia in uno stato di fuga perenne che equivaleva a una sorta di nomadismo psichico, che voleva liberarci di tutta una serie di paletti quali:

 

1)      il tempo

 

2)      cose mostruose dal nome mostruoso come idaho o vanna marchi

 

3)      il lavoro

 

ed eravamo spassionati come dire, qualcuno di noi era ricco o nella circostanza, cosa volete sapere, la proprietà è sacra, e la fotografia e la possibilità di fare la fotografia, tutti i discorsi sullo spectrum e sul punctum, lu digrignava le mandibole quando ne parlava e tendeva ad abbandonare la stanza, non sapevo bene che tipo di relazione avesse stabilito con blo, ma stavo in guardia, li osservavo, sapevo che lei prima di mentire sbadigliava e io le facevo domande nel pieno pomeriggio, mentre si metteva lo smalto con le dita spalancate come un rastrello, in fondo lei era cristallina era un dono della forma all’essenza umana, la bellezza la bellezza, sottosta alle regole della fotografia, la bellezza non la conosce chi la possiede, poiché non si guarda e gode del riflesso, il ballo degli specchi di checov, chi non lo conosce, disquisivamo di questo a tavola, “Mi piacerebbe farti cose con le dita e il resto lu” diceva blo che fumava anche a tavola, aveva ordinato vino bianco in fiasco e aveva cominciato a raccontarci di quando aveva vissuto a parigi sette o otto anni prima commerciando borse di gatto fatte da un’artista olandese che sul suo sito spiegava come scuoiarli e il resto, con delle foto e dei disegni spiegava come tenere il tuo gatto per sempre vicino a te, e  lu era molto interessata, lei di suo era molto recitativa e appassionata, si appassionava alle conversazione dava attenzione alla gente, con questo non volevo dire che le cose che blo andava dicendo non fossero interessanti, erano concetti profondi, parlava di buchi e di mani sporche di terra, di due sorelle che uscivano nella notte per eseguire delle corvé “Anche diciassette o diociotto volte urinanti nella luce lunare” diceva blo, ma lu era tremendamente interessata alla storia delle borse di gatto e piegava il collo in continuazione e io non reggevo a tutta quell’attesa, mi domandai se fosse poi giusto, ludmilla mi pare si chiamasse, ludmilla o ludmila si chiamava la ragazza che alla fine fotografai per una questione riguardante il conto, ci furono delle rimostranze blo alzò la voce durante il conto perché aveva da ridire sul brodo, sulla percentuale di grasso nel brodo, e ludmila era al bar che asciugava un bicchiere e poi la fotografai sdraiata fra le foglie, aveva lo smalto rosso carminio sulle unghie e la pelle di porcellana che si graffiava rotolandosi fra le foglie, perdendo le scarpe con i tacchi si faceva fotografare con i capelli sporchi di terra e camminava carponi fra tutte quelle foglie, lu e blo sparirono tutto il giorno, lui era un capricorno e sapeva sempre dove portare una ragazza e lu era così morbida, s’inclinava dolcemente come un foglio che si ripiega per celare un segreto, come un labrador che nasconde una mano nel giardino di casa, e bevevamo tutti moltissimo e blo guidava la macchina che aveva portato, una macchina gialla con il cambio in pelliccia e io chiesi a blo diverse cose, gli chiesi se sapeva della bellezza del cervo pomellato ad esempio, e cosa pensava dei dinosauri, e se la pelliccia sul cambio fosse vera, “Se anche fosse vera non farebbe differenza” disse tenendo un braccio fuori mentre alla nostra sinistra sfilava un qualche lungomare, una sequenza di spiagge e cunette e ciuffi d’erba a forma di fica e mi ricordo che mentre blo mi spiegava il concetto di sublime bellezza che è dietro una pelliccia mi fissai sulla parola galapagos, me la ripetevo nel cervello e non riuscivo a separarmene mentre blo spiegava che il dolore dell’animale adesso era un velluto di disarmante silenzio, ripetuto mille e mille volte come una liturgia, come un kaddish del perdono per la mano che si fece carnefice, il silenzio che resta e non si lamenta di una pelliccia che avvolge una donna o una vecchia diceva blo mentre io pensavo galapagos e non riuscivo a pensare ad altro che alla parola galapagos e lu teneva un piede fuori dal finestrino e si toccava un inguine con un matita così filmica, atroce e sublime che desiderai fotografarla immediatamente, e lei rideva con le mani davanti alla bocca o succhiando una tic tac aveva dei denti bianchissimi che anche blo guardava con ammirazione, tutti noi sapevamo dei suoi denti bianchissimi e di quanto lei ne andasse fiera, e la sera quando veniva la sera a volte stavamo separati ma a volte eravamo tutti insieme legati come un fiocco e lu scrisse su un tovagliolo cos’altro portemmo mai essere se non un fiocco?

 

Il tovagliolo lo lasciò sotto una teiera, che era sopra un tavolo in un bar elegante e all’aperto, proprio davanti a una sinagoga e blo odiava le sinagoghe, diceva spesso che bisognava trovare delle intolleranze innocue, che non facevano male a nessuno e perseguirle, lui detestava anche la rugida sopra l’erba al mattino e la sensazione del gesso sulle mani, “Tutto si mischia, alla fine, uomini, donne, capelli, cibo.” Diceva blo che si ascugava la bocca col dorso della mano e indicava l’entrata di una chiesa, volava che entrassimo nella chiesa dove finalmente ci avrebbe rivelato lo scopo del nostro viaggio, il film totale, dal bagagliaio della macchina tirò fuori una telecamera e cominciò a riprendere le navate e gli altari, riprendeva le tende da vicinissimo e rimase chiuso mezz’ora buona dentro al confessionale, strisciava nella chiesa fresca riprendendo tutto, piedi e mosaici, acqusantiere e crocifissi  “Dimmi il giorno più freddo della tua vita” chiese lu durante l’attesa, si era tolta le scarpe e giocava con il mignolo del piede tirandolo e a lasciandolo andare, lo fotografai ancora e ancora e anche con il flash, e furono forse i lampi di luce nella chiesa che desterano blo che improvvisamente si accorse di noi, invitandoci a camminare lungo la navata, disse che ci avrebbe sposato che nulla sarebbe più stato come prima, e lu sorrideva e teneva le mani strette al petto reggendo la borsa come se tenesse un bouquet e si era fatta improvvisamente seria, io mi sentivo stanco e volevo sedermi su una panca, stendere le gambe, ma così preso nella forbice venni tagliato via mosso, blo riprendeva tutto e io fissavo il movimento delle sue mani, mentre lu mi baciava e dopo avermi baciato chiedeva: come si chiama questa città?

 


Postato da: enneenne a 14:35 | link | commenti (4) |

mercoledì, 11 gennaio 2006

 

 

 

 

ANNUNCIO AFFATTO IMPORTANTE, il supermegaantiromanzo di NN è arrivato a pagina 300. Sono ben accetti, ovvero accolti nella più totale indifferenza, contributi da parte di chiunque. L'anonimo non ha intenzioni, tranne quella di arrivare a quota mille pagine. Allora il file di testo si autodistruggerà e tutti i collaboratori si sentiranno lievemente più vani di quanto lo scrivere non li abbia già presupposti, o fatti diventare.  Di seguito, una traccia:

 

 

"Gesù Cristo vale meno di una rivoluzione, soprattutto in quanto Cristo. Come Gesù, non consideriamolo neppure." dissi. A meno di mezzo metro di distanza, dall'altra parte del tavolo che la mia ultima frase aveva rovesciato, il parroco mi guardava sbigottito. Non ho mai conosciuto una razza meno capace di dissimulare la propria sorpresa. Prima che il tavolo si rovesciasse, mi ero messo a tenere lo sguardo fisso sul bicchierino di anice che il prete continuava a far ballare sul piano di fòrmica, indeciso se appoggiarlo definitivamente o meno. Probabilmente l'ultimo dei suoi pensieri. Il primo doveva essere "è un pazzo", il secondo "è pericoloso", il terzo, e solo il terzo, era rivolto al Signore. Un'egoistica e quantomai inopportuna invocazione d'aiuto, aiuto terreno s'intende. E perché mai, rispose Dio. Anzi, NON rispose Dio. Probabilmente il primo e unico dei miei. Parti sempre da un particolare insignificante e distruggerai interi imperi. Avevo dovuto scegliere fra una scalfittura nel pavimento, una macchia d'umidità sulla parete della cucina, adiacente a quella del bagno "lo scarico, pensai, un tubo portante non credo, altrimenti avrebbe già allagato tutto, altro che muffa, altro che sindoni". Intanto, prima che la mia scelta del punto focale ricadesse, del tutto casualmente sul bicchierino continuavo a distrarre il mio occasionale nemico- occasionale perché di passaggio fra me e il nemico ultimo, un nemico che non desidero incontrare ma a cui devo tendere, per far sì che lo sforzo di trasformare il mezzo in fine sia il più sopportabile possibile- con frasi tipo quella su Cristo e la rivoluzione. Di quale rivoluzione si trattasse, io stesso lo ignoravo. Il prete, dal canto suo, non avrebbe avuto il tempo di scoprirlo, pervché io me ne sarei andato e l'avrei lasciato lì. 
"Non provi a pensare, padre. L'intelligenza è una cosa da sciocchi"

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


Postato da: enneenne a 16:04 | link | commenti (1) |

giovedì, 15 dicembre 2005

Non so da che parte cominciare per quest’operazione a cuore aperto, la confessione che si confessa alla confessione, parla con se stessa, si ammonisce da sola, distante dal cultore delle leggi che intona fa diesis sotto la cupola multicolore.

 

 

 

*

 

 

 

Mosca candy clean, cercando lavanderie nel cuore della piccola Parigi, un pomeriggio di nebbia con le camice che penzolano dalle buste della ragazze cinesi che tossiscono nei guanti, nei guanti -alla fermata degli autobu, la nostalgia esiste solo in una condizione di costrizione emotiva prolungata – saturazione del giallo, canie e pozzanghere (ignut non diventare come me, anche io da bambino raccoglievo soldi, il sentimento della tazza di thé perde il suo vaopre nella solitudine del tavolo)

 

 

 

la prima volta, la prima volta fa sempre tremare

 

 

 

*

 

 

 

questa narrazione comincia da dentro, come un nervo, simile in esasperazione a un’operazione chirurgica eseguita con una macchina da presa al posto degli strumenti medici – una macchina a scrivere, direbbe lui

 

 

 

questa scrittura è invasiva per me, nociva per me, innocua per voi.

 

 

 

*

 

 

 

gelida tirannia, mie braccia tese all’abbraccio negate, carne non mia,

 

mia tremenda amputazione, non mi sei di conforto non mi sei

 

dentro alla bocca non potei, della tua pelle, comporre una dottrina

 

tu che sofistichi i minuti particolari, arrangiatrice di luci –

 

penso che qualcosa mi sorriderà, un semaforo, fritz lang dagli anni ‘20

 

in una sera tutta grigia e orologi e castagne –

 

oppure sarai ancora tu, di ritorno dopo due settimane,

 

algida nella posa, autentica, tutta vitamine

 

fatta bionda

 

 

 

penso che perforerò i miei occhi, per abbracciare la mia nutrice

 

 

 

*

 

 

 

Così soffici le mie pupille, liquidamente minerali, assistono al rientro in città degli antropofagi della gioia, con le loro bocche dai minuscoli denti aguzzi, l’apparato riproduttivo posto all’esterno, riescono a donarsi polluzioni da ingravidare successivamente, nella solitudine di qualsiasi stanza. Hanno girasoli al posto dei genitali e trasportano l’aria nel collo della pelliccia, riescono ad accumulare bolle, per la probabilità chiara di rimanere chiusi dentro agli ascensori.

 

 

 

*

 

 

 

musil, apportatore di minacce, l’agonia della tradizione s’esaurisce in quattro

 

battiti di mani, urla, le solite cineserie, a chi interessa

 

la letteratura ciò che conta, dicono, è l’indipendenza, e basta provarla,

 

germina, crea polluzioni, nella stanza macabra puoi pensarti in un film,

 

non guardarti intorno, aiuta, ogni ragazza che incontri è la protagonista del suo film

 

assoluto e perché nella tua vita tu dovresti essere la comparsa, quello che sta

 

dietro al bancone di un bar?

 

Cinque minuti e “il solito”, appari e scompari dalla scena – nella strada s’accalcano

 

le persone, si sfiorano e non sanno di essere scenario ai giorni e alle notti che s’alternano

 

kafka o gli indiani, quante perle di saggezza si sono spente al calar del sole,

 

“restare nelle pagine, scalfire il tempo e il suo sentimento” si ripete l’artista, così uranide, questa

 

famiglia che comprende sei grandi specie dai colori vivaci e con code alari, di dimensioni

 

così variopinte da essere scambiati per vere farfalle – ma ecco, i giorni come una tartara si riepilogano alle notti e tutto questo è illuminazione, passaggio di prospettiva e distacco, i bruchi di molte specie consumano piante nella notte solenne, per evitare gli attacchi delle formiche operaie si calano dalle fogli sui fili di seta, sognando la colazione dei campioni

 

 

 

*

 

 

 

bocca di fragola ce n’è anche per te, verranno i minuti particolari in cui porterò all’ago

 

le nostre escoriazioni, le esecuzioni e quell’arte da ragno che

 

ci vantavamo di avere con i fili, considera le mantidi, che divorano i maschi

 

dopo l’accoppiamento, considera che il maschio è divenuto molto cauto e, in natura,

 

riesce quasi sempre a sottrarsi al morso dell’orgasmo –

 

 

 

tu che eri la nudità dell’interno

 

il corpo è quasi roversciato come un guanto

 

e il sole si prenderà cura di te

 

 

 

*

 

 

 

ecco perché stamattina, quando mi sono svegliato

 

ero stato tramutato in un antozoo (animale fiore)

 

 

 

ho dei colori brillanti, i tentacoli ondeggianti e i fusti carnosi, molto simile

 

a una pianta senz’altro, tuttavia sono carnivoro, anche se a volte posso nutrirmi di alghe microscopiche alloggiate nel corpo mio tempio.

 

Da adulto formerò polipi, animali semplici a forma di tubo chiuso a un’estemità e aperto dall’altra, che si estroflette a formare una o più corone di tentacoli contenenti cellule urticanti, che posso mangiare o usare per difendermi dalle attenzioni dei predatori quali postini, ragazze col pircing, venditori ambulanti, ragazze alte meno di uno e sessanta, infermiere, parrucchieri, ragazze al di sotto dei diciotto anni senza pircing, testimoni di geova, ragazze con la pancia scoperta, controllori.

 

Posso moltipicarmi facendo sesso o rimanendo da solo, poiché questa mattina la mia masturbazione è gravida.

 

 

 

*

 

 

 

e finiranno questi desideri, finiranno? Pagina 37 del “Visionario” di Schiller, riga 18, edizioni millelire, dice: “Nient’affatto”, sei parte della malattia e parte della cura, lasciati andare, parlaci di te piccola alga, le schedule proposte al tuo internamento sono state respinte, sei fuori dalla fabbrica, improduttivo, sterile, canta pure, niente si compara a te, cantalo, scrivilo, niente si compara a te, fotocopia, iniezione, stai bruciando sui sassi, niente si compara a te, dottrina del freddo che crepa, lemuri di abbandono, la distanza, il gesto e la sequenza, sale da ballo, sono cadute le colonne e i piani sono sovrapposti, sovraesposti, niente si compara a te, sei una liturgia, un battesimo, un sacramento, chi si raschia l’ostia dal palato con un dito ricurvo sotto la cupola multicolore?

 

Tossivano tutti nella stanza, nella quiete, si arrampicavano sui muri e tiravano giù le tende e le bruciavano muliandole come dervisci, tende in fiamme nel territorio, i bambini masticavano il vetro facevano merende al titanio e nichel, questa parte di kme così marcia e così asservita all’ingranaggio, il tuo cristo personale se ne sta zitto nel deserto della tua anima a fissare il sole, sotto acido, a mia madre non sarebbe piaciuto, nulla si compara a te, il ticchettio degli orologi e le meccaniche celesti, la domus aurea, Roma bruciò in prima serata, tossivano tutti, anche due sere fa, dopo che fummo scesi dalle scale con le nostre ombre che producevano sul muro mostri senza carne a forma di gru (sono terrorizzato dalle gru) nella stanza chiusa e senza finestre dove potevamo essere coralli, qualcuno buttò uno straccio nella stufa, nel buco della stufa, e la stanza si riempì di fumo e tossivano tutti, caliginosi e afflitti, uno schermo riportava periferie in fiamme, ghetti, neocon, taumaturghi, capsule, ma nulla si compara a te, filmico, gotico, cuneo piantato nell’era postmoderna, così numero, così fiscale, non discendere dalla grazia in questo stato di deriva psichica poiché niente, niente si compara a te.