N.N.

la scrittura anonima

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martedì, 30 novembre 2004

Suonano al campanello e dicono "Buongiorno sono Luisa siamo molto preoccupati per quello che sta accadendo nel mondo e vorremmo discuterne con lei." vengono a suonare al campanello, vogliono entrare in casa mia e portarmi via con loro nel lungo periodo, vogliono venire dentro alla mia casa, vogliono invadermi - la nuova guerra non conquista nazioni ma famiglie una ad una - fisicamente - o con un controllo psichico composto da un fragrante bouquet di bollette,  abbonamenti, prestiti "Per comprare proprio quello che desideri" una moto, una barca un divano, un coccodrillo, così dice la pubblicità che porta il vigile con la spina e l'antenna vestito di bianco ogni giorno, in ogni casa, compresa quella dei sedici bambini (ma il vecchio non fa entrare nessuno) compresa quella della ragazza che non si vede mai.

Questa messe di cui siamo parte.


Postato da: enneenne a 23:25 | link | commenti (1) |

Come tutte le tragedie essa cominciava con un ponte, con un ponte da varcare, strada macchiata di tracce di grasso, gatti afflosciati come lettere minuscole agli angoli delle strade, sette sere di fila, e sedicimila filari di alberi da frutto coi fianchi tondi e morbidi nela pollinazione da pesche, da albicoccche, da ciliegie, recinti, pozzanghere, case sparse con i tetti a spiovente e fontane in giardino truccate con angeli di pietra immobili, o donne con giare sopra le spalle, cani alla catena, contadini senza denti, finché si gira a sinistra.

Di qui, uno stetto sentiero dove passa una macchina per volta, una pendenza, un'altra pendenza, e nascosto dietro a una fila di cipressi un piccolo cortile ricavato dal faccia a faccia di tre case, due che si guardano, una che guarda fisso vero l'entrata, probabilmente arbitra, forse sorveglia. La prima casa sulla sinistra è abitata da sedici bambini e un vecchio con la testa come uno specchio ovale e arruginito. La casa che la guarda è abitata da un cane obeso, da una gallina e da una ragazza che non si fa vedere mai. La casa che guarda, sospesa nella tensione delle altre due è la mia.

Se invece di girare a sinistra, all'altezza dei contadini senza denti, proseguiste avanti trovereste una piazza, una chiesa, due bar, e due negozi di ombrelli.

Qui, in questa zona, piove trecentoquaranta giorni all'anno.

Se nella piazza, invece di fermarvi nel bar, o a comprare un ombrello, proseguiste diritti trovereste il porto, ultimo approdo sulla terra ferma, macchia umana grassa e unta, cigolante e luminosa, nelle sere d’inverno, nella stagione d’inferno.

E dopo il porto, solo il mare.


Postato da: enneenne a 23:25 | link | commenti |

lunedì, 29 novembre 2004








Perché alla ragazza, che mancò, mancò per prima- e DA prima- la propria mancanza. Le mancò, cioè, un appena immotivato- o motivato, ma ancora in una maniera fragilissima, come le vertebre di una farfalla, che non esistono- sottrarsi alla conta dei propri passi, conta che del resto si esauriva sempre- in quei girotondi che la ragazza compiva all'interno del monolocale in cui abitava, incoscientemente misurandolo- già dopo i primi venti passi, essendo ogni passo la copia perfetta del suo precedente e del successivo, tanto che una loro numerazione avrebbe avuto bisogno, per uscire da quel sottoinsieme inservibile, di un sistema che fosse almeno di un grado inferiore a quello binario.

La conta, esaurendosi, formava, negli sbuffi d'aria che uscivano dalla bocca della ragazza, nell'appartamento privo di riscaldamento, le quattro lettere che compongono una parola che, nella lingua di lei, significa "essere". A volte, in pieno gennaio, quando il vapore acqueo della respirazione, complice il freddo della stanza, si faceva più denso e poteva formare parole più lunghe, lei cadeva in uno stato di misurata inquietudine, la cui causa, si capisce facilmente, stava nel suo non saper decidersi, non saper scegliere se ripetere, al limite, la stessa parola, essere, e impedire così il formarsi di nuove parole, oppure provare a non respirare affatto, possibilità quest'ultima che, se a tratti non sembrava la più difficile, presentava l'inconveniente non da poco del silenzio senza parole, che non è la sparizione delle parole, e che è diverso dalla ragazza.


TUTTO CIO' VA MOLTO BENE, MA IO NON HO MAI CREDUTO A QUESTE FROTTOLE.


La ragazza, cioè- logicamente- Antonin Artaud, aveva sottolineato, con un pennarello blu, la scritta in lettere maiuscole in fondo alla pagina di quel 9 febbraio 2004, che corrispondeva esattamente (perché i lobi del cervello non sono infiniti, e nemmeno l'infinito, ma dura) a un giorno imprecisato del 1945, la data di uno fra i tanti elettrochoc all'ospedale psichiatrico di Rodez.

E con i morti dell'elettrochoc, nella loro stessa posizione- verticale rispetto a qualsiasi altra idea- trascinò la penna sui fogli sgualciti del quaderno d'appunti che teneva sul letto, ripiegato in due, il falso Antonin, quello pre-cedente, e il vero Antonin, quello che non si era mai concesso, perché la ragazza non si era mai concessa, seppure lo facesse ogni giorno, e più di una volta, per soldi e quasi, si può dire con una punta di coraggio, di misticismo annacquato nelle banalità della vita che ella conduceva, si sentisse- ma lontanamente, indistintamente, come la ricezione di una radio di una città straniera captata sulle onde corte e mischiata alle scariche elettrostatiche di fondo- in grado di tornare sui propri passi, che erano da poco svaniti dall'attuale, come avesse potuto cancellare, ripercorrendone lo spartito in senso opposto, la variazione sul tema del silenzio che l'aveva assalita, come se- per eccesso di poesia- avesse potuto cancellare quelle frazioni dall'intero del tempo stesso. Ovvero, far tornare indietro il tempo, operazione che consiste, si sa, nel girare verso sinistra le lancette dell'orologio senza toccarle con le mani e, soprattutto, senza farlo di proposito.

La ragazza era molto giovane; i suoi capelli, lunghi e lisci, stavano lì a dimostrarlo, prossimi con il loro rosso acceso all'ambientazione circostante, che se bianca non era, come per una rinuncia al mero aspetto esteriore, come per un rifiutarsi di venir giudicata per un'illusione sensoriale, una convinzione banalmente accessibile a chiunque l'avesse osservata, anche solo distrattamente, con la coda dell'occhio, torcendo una sigaretta nel portacenere, nell'atto di un tranquillo andarsene, di quegli andarsene con nessuno sguardo gettato alle spalle perché niente dovrebbe esserci- di intentato- dicevo, quell'ambientazione aveva assunto del bianco il tono, se non il colore, così che chiunque, se interrogato, avrebbe facilmente risposto- ma sì, era bianca- se, beninteso, ci fossero stati altri, spettatori o attori che fossero. Ma nessuna recita, questo è chiaro. Giacché l'idea è vecchia. E la ragazza era la stanza dove viveva, ne era la copia perfetta e era anche la ragazza, aderiva insomma, come un'assenza aderisce alla sua passata presenza, senza tuttavia la necessità- e questo è fondamentale capirlo- della riproposizione della forma originaria di ciò che, una volta presente, se n'era andato, o era stato semplicemente ignorato fino al punto estremo, cioè alla percezione, esatta o sbagliata poco conta, della sua mancanza. La ragazza, assorta nei propri pensieri, non pensava assolutamente a nulla la sera del lunedì, mentre dopo aver infilato nella borsetta una scatola di profilattici, diversi fazzolettini di carta, uno specchiettino, un rossetto, una banconota da venti marchi seguita, come una gatta dai suoi gattini, da una manciata di spiccioli e aver fatto girare due volte la chiave nella serratura spingeva la porta- che si apriva al contrario sul pianerottolo, così da mostrare come il privilegio stia nell'uscire, e non nell'entrare- e, subito dopo essere uscita, se la richiudeva alle spalle. La ragazza, in quel momento, irripetibile perché inesistente e ripetuto perché doppio, cioè momento di lei perfettamente accanto alla propria mancanza, stava pensando che

a quindici anni, cioè quando
mi sono lasciata portare dal notaio
ai bagni pubblici
e l'ho masturbato coi pantaloni
abbassati alle caviglie
io, tenevo le gambe unite
perché se lui mi ha bagnata
io mi sono stretta la gonna
sopra le ginocchia
proprio quando gli tiravo fuori
i bambini con le mani
un milione di fratelli
che pisciava, lui, ma dopo,
e non era nessuno dei due
il preferito
dall'irrapresentato




Postato da: enneenne a 23:13 | link | commenti |

domenica, 28 novembre 2004

 

 

siamo ammessi alla sua presenza – voglio essere esatta, voglio infrangere i limiti a furia di brividi, dice la macchina per la produzione seriale dello schifo, questa è una storia di sangue e morte, sono felice – e bugiarda – un giorno sì e l’atro pure i testimoni venivano costretti entro iperrealistiche forme di rettili di una opprimente forza di gravità – Mister Orbita e i ragazzi dello spazio silenzioso chiamano a raccolta i partigiani di tutte le nazioni, Grande Cervello incanala tutto il dolore del mondo tra pensieri di affermazione poetica, tra i singoli brandelli di carne che scendono dal cielo come fuochi artificiali, come brevi interviste con continue digressioni – la differenza tra un idiota e un frustrato è del tutto trascurabile fin dalle scuole primarie, non mi piacerebbe esistere veramente, troppi incubi sprecati in sciocche grida prima di poterli condividere – le operazioni della cattiva infinità non si fermano mai, viaggiano in coppie parallele gettandosi riflessi come intimazioni a procedere – dolce inganno d’amore o paradosso delle emozioni indotte, pennellate della terza persona che sciupa quanto resta del potere antagonista sorridendo in maniera assurda, senza tema né denti – ma non si può volere tutto, chi l’ha mai detto non si può volere tutto, ma puoi raccogliere tutte le pretese in una verbosissima collana e buttarla nel cesso cosmico e nevrotico della luna tre – basta rotture di coglioni – il simbolo sta macchinando la vendetta finale contro la cosa inerte, finalmente deciso a far fuori la sua contraddittoria madre e disarmante – figlio di puttana, nessun rimpianto – mi piazzavo sugli occhi dei filtri colorati per osservare lo scontro finale  in diverse tonalità – era un tentativo di fusione o soltanto il desiderio di vivere la vita di un altro, notare quello che notava lui, sentirgli la musica in testa, scrutare se in quel corpo c’era un’anima sottratta dagli archivi del presente – guardavo dal mio mondo indescrivibile di vuoti di parole e sapevo che si poteva compiere il passaggio definitivo con la violenza e con il terrore – v’erano innumerevoli altre possibilità, più rapide, ma sulle quali non c’era accordo per un eventuale inserimento nei manuali di mitologia a acquerello, unica tecnica per mostrare tutto il colante e ripugnante contenuto della parola umanità – attenzione alle memorie digitali – attenzione alle memorie digitali – nel settore 4 della contingenza nulla muoveva – use the subway – arroventate copie di me stesso scendono nelle sotterranee della via lattea dove un unico sogno fronteggia l’immenso mare di stelle, con l’indice levato, questo sogno è la mia mano sognata, arroventata copia di me stesso, coscienza incubata per 5 e le unghie rigate dall’aver scavato gallerie nere nel nero – mitologia a acquerello di bocche rese grottesche dai filtri colorati, solo nero e dymo – chiazze di luminoso astratto a diverse velocità solcavano i neri abissi di una conversazione che languiva nel bar maldamare, un metronomo raddoppiava l’universo sconosciuto rimbombando rimbombando – tutta lei era i suoi occhiali, oltre i quali il progetto celeste arrossiva di furore compresso, intervallo sensibile tra un comandamento e il successivo, larghi spazi tra parole nella sua eternità intuita, troppo stretto per rimanere incastrata e dolente – amara la voce contraria che la possiede pervadendo le costole superiori dei due lati, che paragona alla propria trovandola identica, allora io sono giusta e ripetibile o almeno afferrabile – tu dici?, gli avevano riattaccato il labbro per la centesima volta dopo l’incidente ossessivo e pendeva e le parole sfuggivano in basso verso il mento sfuggente, agente segreto dall’aria idiota mista a cicatrici dentro e fuori, arcate liberty di tra i piloni – a se stessa: questo non è il mio cavallo, a lui: tu non sei il mio cavallo, c’è in gioco la sopravvivenza della specie, posta alta, considera che se esistessi potrei somigliare alla tua cavalla che va, trottando lenta, a te, parzialmente celata dai vapori di chanel strategici e vorrei che tu mi ricostruissi con un lampo d’intelligenza divina – non se ne parla, gli ordini sono ordini, possiamo donare il nostro sperma, copulare è vietato oramai, non esistono più i vecchi angoli capaci di intuire il proprio complementare – mi sono stancata, scopami – e non c’è altro da notificare riguardo alla mia nascita da umani

 

 


Postato da: enneenne a 17:35 | link | commenti (1) |

sabato, 27 novembre 2004

Qualcuno che mi racconti fino a dove si spinge il mio diritto a essere infelice, fino a dove la grandeur eroica della sofferenza arriva e dove inizia il dolore dentro, fino a dove posso amare a vuoto prima che il muscolo simpatico inizi a essere troppo piccolo per contenere tutto il nero, prima che inizi a traboccare e renda infelici quelli che mi stanno attorno, questo ci vorrebbe adesso, qualcuno in grado di contarmi le cose, di capire e spiegare e amare e soffrire per brevi momenti quello che non capisco e spiego e amo io, e ancora che sappia volermi oltre la coltre, che dissipi per un po’ questa nebbia, un soffio, freddo di piedi trentasette nell’incavo delle ginocchia mentre fuori piove e unghie graffiano, occhi verdi di un verde imbarazzante e sorrisi schermati da mani fra pudore e timore e sapore di baci antichi e nuovi assieme e la voglia di non smettere mai, che essere infelici è facile abbastanza da non richiedere uno sforzo, mentre continuare a esserlo ti mina e spinge via, più lontano, i punti di riferimento e diventa melassa scura in cui, indistinto il sapore, si assomiglia tutto e arrivi a odiare se non odiarti e amare fragorosamente e molestamente incurante del nuovo dolore che sei e sarai e sarai e sarai e sarai, in questo carosello inutile lungo settanta, ottanta, se sei sfortunato novanta anni in cui non vedi premio né, soprattutto, gara, in cui la parte più grande è autolimitazione imposta o limitazione autoimposta mentre il resto sono immagini da cartolina che trattieni rimuovendo tutti gli escrementi canini che hai visto e sogni riflessi, desideri inappagabili, bile e un principio di ulcera che ti ricorda che sei vivo, così limiti l’esistenza alle funzioni primarie: mangiare, dormire, accoppiarsi, eliminare rifiuti, produrre, cantare una canzone la mattina e ascoltare Jannacci in milanese che se tutti odiano questo disco a me deve piacere per forza, che poi la cosa che ti dovrebbe colpire è che ti piace davvero e pensi che ormai il difetto è cronico, che di difetto, di malfunzionamento si deve trattare che tutti gli altri si attaccano ai brandelli di felicità con una tenacia che non hai mai capito mentre nel ricordo sai che ti è sempre capitato di lasciarla scivolare via e proprio adesso che lo hai metabolizzato e aspetti con calma la fine dei prossimi quarant’anni, probabilmente gli ultimi, quasi fosse un appuntamento necessario da smarcare, inciampi in qualcosa che ti fa credere che si può ancora sfuggire, correggersi l’errore, guarire, strappare un brandello di felicità nuova cui finalmente attaccarsi con tenacia per la paura che possa essere veramente l’ultimo ma sai che ti stai illudendo perché è un prurito sotto la pelle delle mani, allarme automatico acceso al segnale di soccorso, che non puoi grattare via perché sei tu e sai che infetterai un’altra persona che vive in una melassa tutta sua e che farebbe a meno di mischiarla perché l’infelicità non trova barriere e può solo crescere e volevo dirti che ti potrei amare amica mia, che poi sarebbe bello definirlo che io non ci riesco, perché amore si usa spesso ma si capisce solo dopo e forse neanche dopo, quando si ridefiniscono i ricordi dell’amore ma non l’essenza che poi dovrebbe essere assenza, io credo, annullamento, capacità di vivere per te e di te e sospendere il processo e non pensare e sentire e basta, basta, basta voglia di urlare, basta frenesia e ricerca, basta questa maledetta infinita corsa, ecco, forse proprio questo, riposo per il muscolo simpatico, tempo per guardare qualche uccello colorato di giallo dal sole che scende (grazie anche di questo) senza volerne scrivere mai, senza il bisogno di raccontare a qualcuno che non sia Te quello che sono le immagini, i colori più limpidi, più brillanti che i miei occhi colgono da quando ti penso soprattutto quando non dovrei e adesso, nudo davvero, con tutto l’inutile soffrire che sono stato, sono, sarò ti chiedo di raccontarmi la solita, vecchia, mendace storia del per sempre e di crederci per un po’ e di ascoltarmi mentre te la racconto, mentre le pupille si allargano e la pelle si tende, i pori si aprono e il respiro si fa più lieve in quella meravigliosa composizione di chimica corporea che chiamiamo innamorarsi e che non sarà per sempre ma sarà, che mica è una cosa da poco, perché io ti potrei amare amica mia, lo sai, ti amerò comunque e potresti amarmi anche tu, respirare aria più leggera e sospendere il flusso, ricordarti quanti brividi sulla schiena si provano per un bacio rubato e una mano che sfiora la tua e sapere, sapere davvero, che quei brividi corrono sulla mia pelle come stanno correndo sulla tua, essere quel qualcuno che mi racconti fino a dove si spinge il mio diritto a essere infelice, fino a dove la grandeur eroica della sofferenza arriva e dove inizia il dolore dentro, fino a dove posso amare a vuoto prima che il muscolo simpatico inizi a essere troppo piccolo per contenere il nero.
E, per un attimo, lo neghi.


Postato da: enneenne a 15:08 | link | commenti |

venerdì, 26 novembre 2004







Adesso farò i nomi di tutti coloro che su questa storia,
sul corpo del povero nato di N.N., tagliato, bucato,
squartato, condito e sbavato e diviso
e infilzato e masticato, spartito,
hanno soddis-fatto i loro osceni bisogni.
Ecco i nomi di tutte le compagnie
che ci hanno fatto i soldi,
i nomi di tutti gli ecclesiastici
che con questa bella scusa,
che io ero Gesù di Charleville,
prima sono andati a bere il mio vino,
non il loro, che costava troppo,
e nemmeno l'hanno bevuto di nascosto, in canonica,
non bagnandosi il naso di Pinocchio troppo lungo,
sia per frugare nel bicchiere, dopo,
che per fingersi me, dopo ancora,
e ripeto, non l'hanno fatto mai di nascosto,
ma in pubblico, abbondando anche nel versare,
ben sopra la riga, come chi si serve da solo,
giacché il loro furto era approvato,
di più, richiesto, preteso da qualche ingenuo,
e quell'ingenuo contava se stesso a milioni.

Io sono Rimbaud.

Accalcatevi, dunque, sulle spoglie di Rimbaud
conservate da un culto da museo
nelle più oscene vetrine di librerie di Francia.
Adesso farò i nomi di tutti quei letterati
che hanno diviso con le rispettive signore
il lusso creato dai lauti stipendi
che loro hanno percepito a mio nome, in mio nome.

Prendevano lettere e organizzavano enigmistiche.

Altro che "merde".

Adesso descriverò, compierò un'apologia dei suoi gesti atroci, di quei gesti che mi precipitano.
Descriverò, nessuna devozione.

La tazza da tè della ragazza vestita di nero fu un'opera comica ben oltre il risucchio delle sue guance mentre la lingua cercava una voce impossibile a cui attaccarsi, unica lusinga di questa disperazione vile, fra i lineamenti ossuti del viso. Che era il MIO.

E poi:

i fiori non utilizzati
in questa poesia
non si restituiscono
alle loro madri.

né io sono nato per questo,
o quello.

Ma per essere su un letto
di una camera vuota al sabato pomeriggio
a fottere ragazze ben vestite e ben pettinate

che non trascineranno mai più una figura amata

e ben lavate perché io non potessi sporcarle
con l'oltraggio non del mio corpo ma del denaro
che era in tasca a quei professori, a quei letterati,
a quei venditori di libri, che il mio corpo
l'avevano voluto vestire, avevano voluto ritrarmi
per tenermi fisso e fermo, la più oscena catena alimentare,
perché loro potessero fottere le loro mogli
e le loro amanti e le loro dattilografe e
potessero fottere al posto mio, col solo diritto
di quel denaro, non prima di essersi preoccupati
di averne cancellato la mia firma, il denaro
di Rimbaud il pervertito.

Mentre io ero nato per fotterne mille e una
una dopo l'altra, con un registratore fedele
che catalogasse i loro gemiti e le loro frasi più oscene

ma non più ALLORA,
e intanto dovevo starmene
con l'orecchio premuto
alla fessura della porta
a spiare le innumerevoli scopate
mie, di Rimbaud,
masturbandomi in una volta sola
e venendo tutte le altre che mi erano dovute
dagli scialacquatori del debito pubblico
senza contemporaneità col mio stesso venire
sulle facce di quelle ragazze
perché non potessero più dimenticarsi
di non essere Hortense,
e dovevo fare tutto da solo, certo,
perché LEI, le mani le aveva perse
a furia di toccarmi là dove non ero sporco,
ed è stato lì che mi hanno bloccato,
mi hanno voluto far continuare
con una penna in mano, a Charleville,

e di chi era allora il cazzo che dovevo succhiare,
essendomi io da sempre rifiutato, se non era
quello dello Stato
quant'è vero che lo Stato se la prendeva con me
perché già da prima che io nascessi
se la prendeva con qualcuno
da sempre, perché era suo dovere,
concedere il mio, di sperma,
alla scrittura, all'atto indecente
che toglie i veli al corpo lebbroso
di una lebbra

e con questo? con questo.

io dico che non sono mai morto
come non è mai morto Rimbaud l'asociale,
perché dovevo pur avere delle pagine
( eccole, sono qui
mi dice il pornografo )
per poter venire frainteso
in un anima e in un corpo.






Postato da: enneenne a 21:28 | link | commenti |