la scrittura anonima
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Piccole note a margine:
- Dedicato ai gerani di sera di Pirandello di cui il brano é una rilettura. Un esercizio di stile, in definitiva.
- Se il lettore decide che si debbono ammettere nuove leggi di natura, in virtù delle quali il fenomeno può essere spiegato, entriamo nel genere del meraviglioso (Todorov).
Di notte, le campane di una chiesa in campagna
Avviene nel sonno ma non saprebbe dire come. Un po’ come quando, bambino, ti stacchi saltando dall’ultimo gradino della scala con la sensazione che volerai. Che invece è solo una sensazione e il corpo torna giù.
Stava (sta?) dormendo. E all’improvviso è ovunque. In tutte le cose che lo circondavano (circondano?), quasi sospeso. E’, contemporaneamente, letto e mura, pantofola e lenzuolo. Perfino porta, serratura, toppa chiave. Allontanato repentinamente dai sensi (ne conserva il ricordo) se ne trova separato, seppur non ancora lontano.
Residui olfattivi (la cera della candela che, crede, punge ancora le narici), visivi (poco meno di ombre disperse nel grigio e soprattutto una, la sua, ancora distesa nel letto, sotto il lenzuolo fiorito fin troppo inamidato).
L’ombra nel letto conserva le fattezze note: quei radi capelli, troppo radi. E la linea ingobbita delle spalle, indifesa e debole, rannicchiata nel letto, rivolta verso la porta.
Lui. O meglio, ciò che di lui rimane. L’uomo che, già stanco di quel corpo vecchio e inutile, soltanto poche ore prima si continuava ad attaccare alla speranza, fin troppo flebile, che gli veniva prospettata.
- Lei non mi sembra convinto.
- In effetti il rischio di un intervento, alla sua età…
- A questo punto il rischio mi sembra l’unica cosa…
- Non è quello. E’ che, comunque, ci sono poche speranze
Adesso, invece, tutto sembra remoto. E per il corpo, quel corpo debole e fallibile, comincia a provare nessun affetto. Anzi, gli risulta odiosa la prospettiva per cui gli altri vi vedranno la cosa più sua. Mentre lui, invece, è questo. E’ qui. Quel corpo era (è) così poco rappresentativo di lui, in realtà.
E adesso lo era ancor meno. Adesso che era strada, fanale, fiume, acqua, cielo.
E questo è morire.
Di nuovo, improvvisamente, è fuori, sopra il giardino. E si trova nel volo di un pipistrello e nel suo stridulo verso. Poi nelle gocce di pioggia che accarezzano il prato.
E ogni nuova cosa lo allontana dal piano precedente. Fino a sfiorare il limitare dello svanire.
Svanire.
E mentre per lui perdono completamente di senso, di consistenza, le luci, i colori, gli odori, ogni sensazione di cui precedentemente aveva fatto esperienza, si ritrova a desiderare di esistere ancora, anche in una cosa. Qualcosa di pur transitorio, breve. Qualcosa che sia anche solo un attimo. Il vento, soffiando, fa tintinnare le campane della chiesa sul colle. Ecco. Il suono lontano di quella campana.
- Che strano. Di notte si mettono a suonare? Sarà successo qualcosa…
A volte, di notte, le campane di qualche chiesa di campagna si mettono a suonare, senza un motivo. E nessuno sa spiegarsene la ragione.
Sarà il vento.
Meaning of life
- Com’é successo?
- Ricordo soltanto il dolore al braccio.
- Il sinistro?
- Già...
La foto, troppo vecchia (antica gli verrebbe da dire), lo ritrae sorridente. Doveva essere un natale. Era una delle rare occasioni in cui non riusciva a sottrarsi alle foto.
La scritta sulla lapide é eccessiva. Ma se non si é eccessivi in questi momenti, avrà pensato Laura. Abbastanza sobrio. Il tutto nel suo complesso, pensa. Anche il funerale. Un gruppo contenuto di parenti e quei quattro amici superstiti. Brutta cosa la vecchiaia. Non per gli acciacchi (fortunatamente era stato sostenuto da una buona forma fisica e mentale). Per la progressiva solitudinizzazione (rabbrividisce al pensiero di essere riuscito a pensare una parola così). Si perdono progressivamente gli affetti. Vedi morire il primo e soffri. Poi, lentamente, ti abitui a perderli, domandandoti quando perderanno te. E poi arriva il momento. Che non si può davvero dire che ti prenda di sorpresa. Quando superi una certa soglia la morte é un pensiero che ti coglie spesso. E finisci per farci un patto basato sul mutuo ignorarsi. Aspetti. In fondo é questo. Perché prima o poi lei si ricorda di te.
Niente di particolare. Nessun attimo rivelatore, nessuna fila di ricordi che si affacciano alla mente. Nessun dolore. Dall’essere al non essere.
Scivolare. Ecco cosa. Come quando scivoli lungo un pendio e, sapendo che é inutile, non perdi tempo a cercare di aggrapparti a qualcosa che non c’é. Aspetti la fine della discesa preparandoti all’impatto. Solo che non esiste la fine della discesa.
- Chi é la signora?
- Laura, mia moglie.
- Viene piuttosto spesso.
- E’ un modo come un altro per aspettare.
- Aspettare cosa?
Perché anche Laura ha superato certe soglie. E credo di mancarle. Non per amore, credo. Oltre quelle soglie c’é rimasto l’affetto. Ma sopratutto la consuetudine. Le mancherà il farmi il caffé la mattina. Il perdere tempo a farmi spostare da una sedia all’altra quando spazza. Settantacinque chili in movimento sono comunque una presenza che si avverte. E un’assenza altrettanto grande, credo.
- E’ successo da poco, vero?
- Una settimana.
- Ecco, ora mi spiego.
- Che cosa, mi scusi?
- Non é ancora intervenuta l’atarassia.
- In che senso?
- Lei conserva ancora i ricordi, le sensazioni. Ma non si preoccupi. Questione di giorni. Poi passano.
- Come sarebbe a dire?
- Bé. Dopo qualche tempo il contatto con tutto quello che é "terreno", se mi passa il termine, si perde. Interviene l’atarassia, la dimenticanza. E si passa ad altro.
- Che altro c’é?
- Questo.
L’idea del "questo" annunciato come un miglioramento (questo gli era parso di sentire fra le parole) lo turba vagamente.
- Mi scusi, ma che cosa sta facendo lei?
- E’ un po’ presto per capirlo. Aspetti qualche giorno.
In fondo é di questo che si tratta. Aspettare. Mica una gran novità. Quindi la luce, l’illuminazione: se fosse proprio questo il senso? Se fosse l’attesa a dare significato alla vita? Che poi, ormai, chiamarla vita sembra riduttivo.
- E non c’é niente altro?
- Non saprei, signore. Credo si tratti di aspettare. Forse qualcosa c’é, ancora, da vedere.
- Da quanto...?
- Oh, é un sacco di tempo. Credo siano anni. Non saprei dire. Sa, l’atarassia...
- Giusto, giusto.
La bella signora in nero si allontana (come si chiama? L’ho detto poco fa. Non riesco più a richiamarlo). Restano questi cespuglietti bassi e una coppia di giovani davanti a una tomba poco più in là. Ilo vialetto, per quanto riesce a vederne, é coperto di ghiaia multicolore. Nel suo angolo visuale non c’é niente oltre a questo.
- E adesso che si fa?
- Si aspetta.
Proprio come immaginava.
Mia – Ronbosworld.com
Incontro Mia in una specie di fattoria. È pieno di ragazze giovanissime che fanno più o meno quello che gli pare, si fanno il bagno in piscina, prendono il sole, oppure spariscono in casa. Più che un posto dove si fa della pornografia sembra una specie di comune, con la differenza che attorno alle ragazze ci sono sempre un paio di persone, un cameramen e un fotografo. Ci sono anche dei ragazzi. Ogni tanto qualcuno, come fosse una cosa naturale, comincia a scopare, sul bordo della piscina, o in casa, sul tavolo da biliardo, oppure davanti al camino. I proprietari sono una coppia di cui ovviamente non possiamo rivelare il nome. Quando Mia arriva da me si sta asciugando la bocca con della carta. Le dico che posso aspettare, ma lei dice che non c’è problema. È nuda, e assolutamente a sua agio. Avrà poco più di diociotto anni, ma ne dimostra almeno tre di meno. Fisico esile, tette minuscole, capelli nerissimi a caschetto, pelle bianchissima.
I - Quanti uomini hai avuto fino ad ora?
M - Te compreso? (si guarda i piedi) non lo so... tanti.
I - Quando l’hai preso in bocca per la prima volta?
M – Ehm, La prima volta che me l'hanno chiesto. (ride)
I - E quanti anni avevi?
M - Undici.
I - Dove eri?
M - In un corridoio
I - Con chi?
M - Con mio cugino.
I - Cosa ti piace fare normalmente?
M - Muovermi, fare le mosse, sai, gli uomini sono visivi, allargo le gambe, così (allarga le gambe) faccio finta con la bocca, ( apre la bocca e mente con la mano fa finta di reggere un pene con la lingua si gonfia la guancia trasversalmente) sai no?
I – Intendo sessualmente. Ti piace scopare, prenderlo nel culo, cosa.
M – Mi piace lo sperma, e di conseguenza mi piace succhiarlo. Adoro ingoiare lo sperma, spalmarmici il viso, il seno. Poi sono celebre per la quantità di saliva che riesco a fare, dei fiumi.
I – Produci molta saliva quando lo succhi?
M – Gli uomini ci vanno pazzi, ritorniamo al discorso di prima, vedono colare fiumi di saliva densa, e si eccitano.
I - Riguardi i film che hai girato?
M - Sì spesso, mi piaccio.
I – E cosa ti piace?
M – I disegni ogni volta diversi che si compongono con lo sperma, tipo sulla pancia o sulla schiena, mi piace quando cola dal mento, e mi piacciono le immagini finali, proprio le ultime, quando ho le labbra sporche.
I - Vi pagano bene?
M - Molto sì, ma se fai le serate guadagni anche di più. Mai io non le faccio, mi basta così.
I – Di che serate parli?
M – Cose private. Sulle barche, in casa di qualcuno. Ci vedono in video e vogliono averci lì, capita abbastanza spesso.
I - Pensi di fare questo lavoro per molto?
M - E’ già molto che faccio questo lavoro.
I – Sei d’accordo con l’impronta nettamente maschile che hanno i film porno? Tu stessa hai detto che l’uomo è molto visuale, che preferisce la vista, e i film sono fatti apposta per soddisfare questo desiderio maschile. Pensi sia giusto, o vorresti vedere, o magari fare, del porno per donne?
M – Le donne non guardano i film pornografici, ci crescono i figli, piuttosto. Il porno mi ha salvato da un lavoro di cameriera dove avrei subito lo stesso trattamento guadagnando le briciole. Comunque non credo che un porno per donne avrebbe mercato. Chissà, ma gari la nuova frontiera è pornografia per bambini! (ride)
I - Di che segno sei?
M – Sagittario.
I - Tuo padre e tua madre lo sanno quello che fai?
M - No, loro pensano che io sia una bambina.
I – E se tuo padre dovesse capitare in un sito porno, o prendere un film a noleggio, o vederlo alla pay tv?
M – (Non risponde. Si guarda la punta delle mani. Compone un sorriso, poi lo ricuce nel volto. Si stringe nelle spalle. L’intervista è finita)
Christine Young - Cherrybox film
Siamo in una bella casa in un posto che non ci è dato riferire. Christine Young è seduta a gambe incrociate davanti ad una grande valigia di pelle marrone che ha tirato fin dentro il soggiorno della villa con entrambe le mani. È in perizoma, reggiseno e scarpe con dei tacchi altissimi. Dalla valigia sbucano astucci, calze, un vibratore, fazzoletti, delle scatoline trasparenti piene di pillole, altre cianfrusaglie colorate. Ora si sta passando del rossetto fucsia sulle labbra rosa pallido – dimenticavo, è una tenera biondina di diciotto anni appena con i capelli ricci che le cadono in morbidi boccoli sulle spalle color miele – e si guarda il volto di tre quarti, tira dentro lebbra, le muove, le tira fuori, rimira l’opera. Si incipria la punta del naso, con la punta di un fazzoletto bagnata di saliva perfeziona gli angoli del contorno occhi. Quando mi avvicino a lei con il registratore mi guarda negli occhi stupita, i suoi con le pupille strette come aghi, confondendomi con qualcun altro, chiedendomi: sei tu?
I – No, io devo farti solo qualche domanda, ricordi, ci siamo parlati prima.
CY – Come no, il giornalista italiano. Lo ricordo, come no. Splendido. Vuoi che te lo prendo in bocca, vuoi provare la merce? (ride, mettendosi entrambe le mani davanti alla bocca, poi si fa seria, e tira fuori la lingua leccandosi piano le labbra, poi ride di nuovo)
I – E’ tanto che fai questo lavoro?
CY – Un pò.
I – E fai tutto, insomma...
CY – Sesso anale no. Non ancora almeno. Mi fa male. Oddio una volta ho provato. Ma no, insomma, mi fa male. È che non sono predisposta.
I - Esiste una predisposizione al sesso anale?
CY - Bè, sì, ci sono ragazze che hanno il bacino più largo, poi è una questione di magrezza, le ragazze magre posso farlo fino a sfinirsi, io potri farlo con un pene non particolarmente grosso, ma preferisco di no.
I – Capisco. Pensi di continuare a fare questo lavoro a lungo?
CY – Nessuno fa questo lavoro a lungo.
I – Ti piace scopare?
CY – Secondo te? (ride)
I – Cosa ti piace fare di più?
CY – Ehm. Non lo so. (riprende a specchiarsi, tira fuori la punta della lingua per leccarsi un angolo della bocca.)
I – Ti piace succhiarlo?
CY – Oh sì, certo. Però preferisco. Sai, capisci. Scopare. Scopare è, wow. Splendido. Mi piace essere presa da dietro. Forte. Così forte che deve sembrarmi la prima volta che lo faccio.
(si alza in piedi mimando la scena, impersonando l'uomo che da dei gran colpi secchi)
CY - Devo sentire il dolore.
I – Il dolore. Come la prima volta.
CY – Più o meno. Come nella canzone "Like a vergin" di Madonna, quella canzone parla di questa sensazione.
La chiamano. C'è un'altra ragazza con lei, carnagione olivastra, che non ha accettato di farsi intervistare. Si chiama Annie. Fanno le smorfie davanti alla telecamera, pigre giraffe ciondolanti sui tacchi. Poi mi dicono che devono girare e mi mandano via.
Ogni tanto spuntano.
Gocce di resina dura
passate per chissà quale prodigio
attraverso la pelle,
i pori piccolissimi, invisibili quasi,
del tuo petto.
Materia scura
che si ricopre
istantaneamente
di polvere.
Gocce di un dolore espulso.
E dovrebbero alleviare il peso
(così ingenuo pensavo)
di questa malattia terminale che
chiamiamo vita.
Malattia senza cura e palliativi
(neanche la morfina aiuta),
da sopravviversi in silenzio.
Ogni goccia
un posto nuovo
libero per
un dolorino nuovo.
Da allevarsi con calma,
da guardare crescere.
Dev’essere come cadere dall’alto, immagino.
Ma senza la pressione dell’aria addosso.
Morire,
intendevo.
Il campanello squillò, una sola volta, risuonando nell'appartamento di lusso, ma ancora semivuoto, dove la ragazza era arrivata da nemmeno un giorno. Lei, senza scomporsi, cioè senza che sul volto le si componesse la minima emozione, smise di fissare, da dietro la finestra, qualcosa che probabilmente le era parso un nodo, ( in origine nella parte sottostante della pala della Maestà che Duccio di Buoninsegna realizzò per il Duomo di Siena era presente una predella con una storia dell'infanzia di Cristo) si girò e andò ad aprire la porta a un uomo di mezza età reso, probabilmente da un difetto nei piani della Signora- una inspiegabile cancellatura fra i suoi appunti- di aspetto indefinibile, quindi non spiacevole, ma tuttavia lontano dall'esser detto un bell'uomo. Un uomo di aspetto normale, in definitiva, dove normale significhi, nei tratti, l'assenza di quelli fra i tratti che spingano a frugare fra le carte della Signora alla ricerca di un indizio che ne faccia intuire la causa, di quell'assenza.
La ragazza fece cenno all'uomo di entrare. (mentre tutti staranno ancora incrociandosi e intralciandosi a casaccio, come nel gioco delle sedie, alla ricerca di un posto libero, il celebrante dica: "siamo qui riuniti, oggi") L'uomo entrò nell'appartamento e scambiò con la ragazza un bacio senza nemmeno appoggiare le labbra sulla guancia, nel modo in cui si salutano fra loro quelli che vorrebbero far finta di essere buoni amici che non si incontrano da tempo, o perlomeno conoscenti. (prima che un quarto d'ora passi, perderai tre volte l'occasione di rinnegarmi) La ragazza, appena accennando una smorfia- senza, comunque, lasciarla proseguire e diventare un sorriso, ché, per il tacito accordo fra cliente e puttana, un sorriso falso non si dà, e il non falso non ha ANCORA UN LUOGO nel momento in cui, ancora, si segua la procedura conosciuta a memoria, quando un falso illuderebbe, confonderebbe le parti e mostrerebbe una fessura, una sfalsatura, nella quale si rischierebbe, inevitabilmente attratti, di veder precipitare la scena, di incrinare la stanca perfezione della recita, recita che pure è vera- disse- o, più facilmente, domandò-, qualcosa all'uomo, il quale, senza nemmeno lasciarle finire la frase, le rispose, annuendo, qualcos'altro, verosimilmente un "sì, d'accordo" altrettanto freddo. Si distinguevano, pure se il fruscio di fondo del traffico sui Lungarni, fuori- come un microfono appuntato sulla sottoveste della ragazza- copriva quasi del tutto i dialoghi, alcuni spezzoni delle frasi di lei, cose come "regalo", "un quarto d'ora", "baciare no", "centocinquanta". (il Duomo, in città, chiudeva alle 21 e ai visitatori che vi accedessero fuori dagli orari della preghiera veniva fatto pagare un biglietto d'ingresso, o d'uscita) L'uomo si mise una mano nella tasca della giacca e ne tirò fuori due banconote. Le guardò per un attimo, come a volerle controllare, prima di separarsene e le consegnò alla ragazza, (scambiatevi un segno di pace) la quale, dopo aver risposto, meccanicamente- con lo sguardo alla cravatta (al nodo) dell'uomo- "grazie amore, vai di là e spogliati, io vengo subito" (andate e sottraetevi) si diresse senza dire altro nell'altra stanza e, non prima di essersi voltata indietro per esser sicura di non esser vista, infilò le banconote in una cucitura di una gonna. Subito dopo, uscì richiudendosi la porta alle spalle, tornò dal cliente nella camera da letto, dove lui aveva già quasi finito di spogliarsi e, con le unghie- che si dipingeva, certe mattine, di smalto rosso- (i primi cristiani disegnavano pesci sui muri dei sotterranei) prese la bustina di un preservativo, attenta a non bucarlo la strappò, (allo stesso modo prese il pane, lo spezzò) e, con una lieve difficoltà, ma non disattenta, casomai assente, come un'impiegata che faccia e rifaccia la propria firma su innumerevoli pratiche, ogni volta superando- proprio perché non considerandola- la sfasatura fra il foglio vuoto e l'inizio della firma, sfasatura che è sottrazione della e dalla prassi, e se intuita renderebbe impossibile rifare la propria firma, da quel momento per sempre-, lo infilò, il preservativo, all'uomo che nel frattempo aveva terminato di spogliarsi, lasciando i vestiti su una sedia, e la attendeva sul letto, nudo, sdraiato sulla schiena, significante di un paziente che attenda il dottore. (La figura centrale della Madonna col bambino non ha una vera e propria consistenza volumetrica e risulta sproporzionata rispetto alle figure che la circondano) La ragazza, una volta che l'uomo ebbe finito per conto suo di indossare il profilattico, si sfilò le mutandine e la sottoveste, appoggiandoli su un'altra sedia nello stesso angolo della stanza. Non si tolse i sandali, perché sapeva che tenerseli addosso, quei sandali coi tacchi alti e sottili, avrebbe eccitato il cliente (su questa pietra non fonderò nessuna chiesa). Poi si stese accanto all'uomo e, senza permettere- le bastava l'espressione del volto, appunto inespressivo, per proibire certe intimità non incluse nel prezzo- che l'uomo la toccasse, perché la ragazza pensava che le fedi d'oro dovessero essere sostituite da fedi d'ottone, e che la fede d'oro si debba portare solo quando l'anulare cerca di spingere via il vuoto da dentro la ragazza di turno, cercandone l'anima e allo stesso modo prendendosene gioco, dell'anima, sotto le mutandine, fino all'utero, perché dove se non lì, dove di anime se ne formano, può essere, quest'anima- spremette sulle dita qualche goccia di un certo lubrificante e se ne dipinse i contorni del vuoto. La ragazza svolse le procedure adatte alla circostanza con la perizia di un'infermiera. (questo è soltanto il mio corpo offerto in sacrificio per me, prendete e gettatelo oppure accettate le conseguenze, ripetete questo su di me, e in oblio di me) Bocca, lui dietro, lei sopra, lui sopra di lei- lei, distesa come in croce, stretta come un nodo o come, appunto, una croce- eiaculazione (mentre nella parte posteriore, divisa in 26 scomparti, sono rappresentati episodi della passione di Cristo). Lui tentò, sorridendo e recuperando fiato, di dir qualcosa: "a te è piaciuto?" (sorella, voi non avete ancora peccato?) Intanto lei gli stava porgendo un fazzoletto di carta, nel quale lui avvolse il profilattico usato, dopo di che lei lo prese, ne fece un nodo (lo diede ai suoi discepoli) e lo gettò nella spazzatura del bagno, accanto alle rose, rosse, e all'assorbente usato (distante sia il frutto del grembo tuo). L'uomo si rivestì, guardando a tratti il pavimento e a tratti la ragazza, che, seminuda, lo guardava- non a sua volta, ma nonostante lui- seduta sul letto, attendendo senza spiccicar parola che lui avesse finito di rivestirsi per accompagnarlo alla porta, e sorridendogli. Dico "e" e non "intanto" sorridendogli, perché nella ragazza il guardare e il sorridere erano separati non nell'atto ma nel luogo, come se stessero apparendo su due volti diversi, ancorché incautamente sovrapposti, vicini alla crisi dunque, e, se potevano essere contemporanei, lo erano della stessa contemporaneità di due orologi rotti . Lui si provò a dire: "fa caldo, eh" e soffiò, accompagnandosi col gesto della mano a mo' di ventaglio; lei annuì naturalmente, "sì, fa caldo" e riprese a sorridere, aspettando pazientemente assente che l'uomo si riannodasse la cravatta e uscisse dall'appartamento. (dopo l'orario di chiusura, alcune suore si attardavano a pregare e pulire)
"La madre di una ragazza che conoscevo al college faceva la prostituta. Mi diceva, voi che siete giovani, se doveste scoprirvi puttane, se quella fosse la vostra indole come lo è la mia, potreste fare film pornografici pagati 3000 dollari l'uno, facendo sesso con dei gran maschi, avendo anche un camerino. Diceva che questa era l'età d'oro della prostituzione, se fatta con intelligenza. Diceva che eravamo sedute sulla nostra fortuna.
Bè, io l'ho fatto per una decina di volte. Pensavo che andavo a farmi delle gran scopate, e cercavo di vivermela bene. Una volta mi sono fatta venire in bocca da otto persone di fila, facendo gargarismi con lo sperma. Adesso ho un negozio di fiori e un bar a Los Angeles."
L'altra notte, in sogno, nei panni del Falso Jean Artaud, devo aver troppo, e troppo nei punti esatti, accarezzato Fortune, se quando mi sono alzato avevo freddo, e, volendo pensare "fa freddo" la frase che ho pensato ha suonato, invece "quando non era più mezzogiorno".
Il notaio, un giorno, aveva incontrato Fortune per strada. Dire che Fortune avesse incontrato lui, invece, non corrisponderebbe a verità, perché Fortune non incontrava mai nessuno, Fortune era una luce rossa al neon che passa dentro un cielo nuvoloso, senza lasciarne traccia un secondo dopo, perché la Bellezza non può essere bella, ma inservibile. Così Fortune era un attributo di qualcos'altro, un falso concetto se presa da sola. E il notaio, che questo l'aveva capito, per prenderla da sola, in entrambi i sensi della frase, le scelse il giorno seguente, dopo una notte insonne di progetti, un attributo. Le comprò una bambola di pezza, e, dopo aver girato per la zona del porto, dove Fortune spesso se ne stava per ore a fissare un nodo, le rivolse la parola con una scusa, banale come chiedere l'ora a chi non ha un orologio, e finse di regalarle la bambola, che in fondo non era un regalo, ma un prestito dal quale il notaio sperava di ricavare gli interessi. Fortune, che aveva già quindici anni, non era tanto ingenua da non vedere ciò che era trasparente. Pensò che, se il notaio le regalava una bambola, era perché lui stava provando a regalarsi una bambola. Rifiutare, non se ne parlava. Fortune non poteva, visto che sarebbe diventata Isabella, rifiutare, virtuosamente e onestamente, il regalo di un puttaniere. La purezza di Fortune non le consentiva neppure di accettare e poi, alle lusinghe e ai tentativi del notaio che ne sarebbero seguiti, sottrarsi col pretesto dell'innocenza che non si rende conto di cosa le si chieda, giocare al gioco della ragazzina innocente, perché giocare per finta è triste e annoia. Fortune si alzò, e seguì il notaio, tenendo per mano la bambola di pezza, immaginando che tanto il nodo in ogni caso si sarebbe sciolto in sua assenza, e tanto valeva cercarsene un altro, di nodi. La bambola che il notaio regalò alla ragazzina, la rividi- e fui sicuro che fosse lei- l'altro giorno sul letto di Isabella. Questo dimostra una volta di più che c'è una linea, che immagino nera, poco più di un'ombra, un'immotivata lampadina accesa a mezzogiorno, un pesce in un campo di grano, una linea che passa per le città e, sottolineando e evidenziando certe prove, mi segue, a qualunque ora e latitudine.
Quando la ragazza lasciò l'appartamento, mentre scendeva le scale, prima di confondersi al resto del mondo giù in strada, fuori, pensò per un attimo di tornare indietro a lasciare un biglietto di spiegazioni, o, meglio, di avvertimento. Pensò per un attimo di essersi dimenticata di scrivere quel biglietto, che, mai scritto, avrebbe dovuto suonare così:
"La Signora è la sola a possedere segreti esaltanti, in mezzo alla noia universale, ma non ne parla mai.
In fede, Fortune.
E senza speranza, Isabella."
Esagerare il trucco, ribattezzare la "soluzione". Aprii bocca per dirlo a Isabella un pomeriggio in cui la pioggia era talmente calda che appannava i vetri, portandomi a sperare che lei, la pioggia, si sarebbe confusa a quello che avevo da dire alla ragazza e l'avrebbe convinta di aver capito male, oppure, addirittura, che io non avessi detto niente, e fosse stata appunto la pioggia a dimostrarle, con un tono di voce il più possibile neutro, come un reclamo mostrato da un colpevole, che "soluzioni" si pronunciava "sconfessioni".
Perché se il battesimo, oltre a una bella noia, è un sacramento, la sua ripetizione, che lo supera, lo vale due volte, cioè non vale niente. Nel sacramento è contenuta l'idea del miracolo, così un miracolo ripetuto è la presa in giro del miracolo stesso. La ripetizione in serie della purezza, che, agendo per somma o sottrazione, come si preferisce, ottiene pur sempre una puttana. Quindi, non era sufficiente ripetere la scena del battesimo, per conservare l'impercettibile SVANTAGGIO che avevamo nei confronti della Signora. Il battesimo, bisognava TOGLIERLO DI MEZZO. E che, in seguito, scegliessimo di annunciare alla stanza vuota: "Ecco la Sconfessione", questa era una necessità impostaci dallo Stato in cambio di soldi, come ho già confessato senza vergogna.
La sconfessione è ogni volta tirata fuori a forza da una disperazione. La disperazione, ovvero ciò in cui nessuno aveva sperato. Perché l'aveva sperato Nessuno. Come chi progetti per settimane un'irruzione a rubar rose e si ritrovi a carezzar gatti, o a fissare un pavimento, e finisca per uscire, quando nessuno può più scoprirlo, con un mazzo di soldi cacciato in tasca come consolazione.
Dal canto loro, i bambini di Fatima non speravano certo di vedere la Madonna. E, quello che conta, non la riconobbero neppure dopo averla vista. Raccontarono di una Signora. Scrivo questa parola con una certa apprensione. Perché so benissimo che, nonostante siano passati dei mesi, se adesso io uscissi, a quest'ora di notte, a fare un giro a piedi, andassi a bere un bicchier d'acqua o di vino annacquato- abito in una città, e a quest'ora troverei senza dubbio dove tirar tardi- dove RITARDARE- e lasciassi qui il manoscritto, la Signora che con Isabella cercammo di aggirare non perderebbe un'occasione tanto facile di tornare.
Ciò a cui, con un pizzico di presunzione- il pizzico che, in una maniera maldestra eppure del tutto perfetta guasta l'equilibrio- non poteva essere permesso ritagliarsi un cantuccio nelle "soluzioni", se prima non avesse accondisceso alle condizioni, facendo fare a me e a lei di sì col mento come bambini di fronte a una promessa di esser composti e silenziosi dalla quale dipende il loro partecipare o meno a un gioco desiderato, quello è il MENO.
Mentre l'altra faccia, quella che non era il meno, senza peraltro andare neppure vicina a guadagnarsi la definizione di PIU', era cucita, appiccicata su qualcosa che- anche soltanto per contrastare la presenza assidua del grembo arido di lei e la corrispondente assenza di una placenta pagata di tasca mia, o rubata poco importa, assenza che ancora faceva sì che la bambina avesse, della donna, soltanto le taglie degli abiti e l'età, e potessi quindi innamorarmene, io il pornografo di queste pagine- qualcosa che era la carne. Un Otello bianco, una passività di quella passività che è possibile solo a chi si sia da sempre troppo consumato in febbrili ricerche, paranoico senza torto, mancante di un cattivo consigliere, perché ne avevo due, altrimenti il Falso Artaud non sarebbe mai apparso in questa storia, se non, al limite, per motivi suoi.
Necessitavamo, sia io che lei, dell'approvazione che dalla Signora ci sarebbe arrivata, così di-speravamo, tramite lo Stato.
O, per dirla chiaramente, sapevamo fin troppo come lo Stato facesse parte delle immense fortune della Signora in un modo talmente totale, nel suo ignorare, di lei, addirittura l'esistenza- a questo proposito, una volta Isabella ruppe una settimana di silenzio sputando velenosa: "la Signora ne ha armadi colmi, di Stati, tanti che non saprebbe di che farsene se fosse Isabella"- che la Signora, era la nostra disperazione, non le impalpabili burocrazie che ancora non intendevano cacciare di tasca una lira- perché, sia chiaro, facevamo QUELLO- e non facevamo TUTTO- solo per soldi. Divenimmo sospettosi- e, ancora oggi, se proprio in questi ultimi tempi non avessi raccolto prove più che certe che ERA VERO, conserverei, in fondo, il dubbio che fossimo ridicolmente paranoici- ci pareva che in ogni cliente di Isabella, in ognuno di quegli anonimi impiegati statali che venivano a pagare il loro quarto d'ora da passare con la non-Celebrità, si nascondesse un inviato della Signora, che intendeva così premiarci della nostra umiltà. Si fosse trattato di un regalo, l'avremmo afferrato avidi e avremmo fatto a gara a nasconderlo in chissà quale doppiofondo, visto che, non fa male ripeterlo, le puttane non arrossiscono intascando i regali. Ma non erano regali. Questo, lo sapevamo fin troppo bene. Erano premi, ci avevano scoperti. Smascherati e struccati. Non rimase, un giorno, che iniziare quello che avevamo già finito, ovvero, in poche parole, non semplicemente fregarsene bellamente della Signora, iniziando a tacere, ma- e qui è la riprova della teoria del meno, e la prova che sognammo- iniziare a DIRE il nulla.