la scrittura anonima
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Se non era Fortune, e non era Fortune, poiché, come ho detto, dicerie la ponevano in Terra, probabilmente assorta nelle solite “occupazioni” da essere oltre un certo stadio, e questo a dispetto del mio desiderio di ritrovarla, che tanto più cresceva quanto meno si rendeva conto di essere irrealizzabile, impraticabile, se non era Fortune, allora doveva trattarsi di altra entità aliena che per lei si spacciava, inserendosi, inspiegabilmente per me ma con estrema semplicità, dovuta forse a una pratica annosa che lentamente s’era trasformata in metodo, inserendosi, dicevo, nei miei circuiti cerebrali, e che fosse aliena, questa entità o, esagerando, questa essenza, si capiva da numerosi indizi.
Del resto ho un’innata capacità di comprendere le “situazioni”. Vado a memoria. Una volta mi trovavo solo in casa con La Madre e venne un essere apparentemente maschile che cercava informazioni. Si capiva dal modo di bussare. Insisteva molto, come fosse sicuro che nel box ci fosse qualcuno; chissà da quanti giorni ci osservava dal chiuso della nostra cassetta della posta e pedinava dal chiuso della sua vettura a propulsione gamma invisibile. Dopo un lungo bussare, ma sarebbe meglio dire percuotere, La Madre decise di aprire la porta e capì che era meglio non fare storie, perché Il Padre era fuori per una delle sue missioni intergalattiche e non sarebbe mai arrivato in tempo. Compresi che l’essere cercava prove dell’alto tradimento di cui Il Padre era, a torto, e non lo dico solo perché ero Il Figlio, sospettato. La spia, come ora comprendo avrei dovuto, tra me e me, chiamarla, aprì le numerose cerniere di una valigia e da essa estrasse un’incredibile arma verde, che subito collegò a una presa di corrente, poi la mise in funzione, e dimostrò a La Madre la fine che avremmo fatto, io e lei, siccome condividevo il suo destino, se non avessimo collaborato: risucchiati nella pancia dell’arma, come ora, ossia allora, la polvere, per essere usati, in un secondo momento, in qualità di sminuzzate munizioni, ma solo dopo, credetti, averci mescolato a sostanze velenose e letali. Ma a quel tempo non possedevo armi e permisi che l’essere raccogliesse tutti i granelli di informazione di cui aveva bisogno, mentre mia madre fingeva di affiliarsi a non-so-cosa firmando una carta con una penna che le veniva porta.
Ho raccontato questo fatto non perché mi interessi divulgare gli splendori della mia vita passata, dal momento che non possiedo uno dei quei curiosi caratteri che spingono a cambiare vita solo per poter raccontare la precedente al riparo dall’accusa di imparzialità, e con la concessione, quindi, fatta da sé a sé, di un linguaggio libero e roboante, per colmare la distanza tra il racconto e la verità dei fatti con una serie di suoni che, eco dell’eco dell’eco, coprono tutte le lunghezze d’onda, carattari che, come tutti sanno per esperienza personale, producono esseri decisamente noiosi ma soprattutto tenaci e quasi impossibili da scansare, perché tutto ciò che vogliono è la vostra attenzione; l’ho raccontato, invece, per dimostrare l’enunciato “ho un’innata capacità di comprendere le situazioni”, immaginando che più d’uno, tra coloro che leggeranno in un remoto futuro questo scritto, sarà portato a dubitare delle affermazioni contenute in ogni generico messaggio inviato dallo spazio, perché è chiaro che nel futuro si vivrà di sfiducia e sospetto, perché ogni mistica sarà abbandonata in favore delle metodologie ingegneristiche, elaborate da uomini ai quali, se una cosa manca, è del sano e sfrenato divertimento nell’età della crescita, obiettivo non più raggiungibile. Difatti ci provo, ma nonostante io riceva continuamente, attraverso i segnali radio, ordini sulla condotta da tenere, ogni volta che invio una testimonianza nessuno mi risponde “ricevuto”.
E' che, se sono convinto che fra la sottoveste rossa di Patricia e quella viola di Isabella ci sia un certo legame, ne vada di una certa continuità della storia- che, altrimenti, non spiegherebbe me come continuità, non potrebbe esibirmi come tale- se ne sono convinto, allora la mia convinzione porta necessariamente con sé, dato che certi insiemi non si sono mai chiusi, e se non si sono mai chiusi doveva pur esserci un disegno di qualcuno, la convinzione parallela di un'altra prova dell'inganno con cui ormai da mesi e mesi tentano di sviare la mia logica dal giungere al punto, a quel punto in cui vedrei LORO.
Probabilmente, fra la sottoveste rossa di Patricia e quella viola di Isabella, oltre a un'esatta quanto di per sé inconcludente numerazione di mesi, vie, appartamenti, persone perlopiù indistinguibili fra di loro in quanto emissari, comparazioni di ore del giorno e della notte, giornate di sciopero dei mezzi pubblici stranamente altalenanti e ancor più sfuggevolmente motivate, e pubblicazioni di false notizie sui quotidiani, oltre a tutte queste annotazioni, a queste liste quasi incollegabili fra loro che a prima vista sembrerebbero quelle di un matto- perché è per questo, per un matto, che vogliono farmi passare- probabilmente, dico, ci dev'essere stato qualcosa di blu, qualcosa che io immagino essere stata una sottoveste che, se pure non indossata, rimasta in una vetrina o nascosta in fondo a un armadio- per paura che Fortune la comprasse, la indossasse là dove io potevo vederla- deve aver fatto da trait d'union fra le altre due.
Dovevamo, se volevamo mantenere una qualche speranza di estorcere alla Signora un segreto, quel segreto che alimentava, con la sua consistenza, quella nostra strana insonnia- perché è nell'insonnia che è compreso il riconoscersi vivi, e mai nel contrario- fare in modo di spingere la Signora a innervosirsi, riuscire a farla cadere nell'inganno di tramutare una manifesta superiorità, la sua nei nostri confronti, che si esercitava magnificata dai confini dell'appartamento, tramutarla, quella superiorità, in una manifesta indifferenza, la nostra, che a lei, ingannata da un riflesso, e quel riflesso ingannevole, accecante, distorcente doveva essere la sconfessione, a lei, dicevo, avrebbe provocato, come la capocchia del fiammifero che non trova una superficie ruvida su cui sfregarsi e decide di accendersi proprio per quello, come lo strano effetto psicologico che abbreviava, nei clienti di Isabella, i tempi dell’orgasmo in presenza del lubrificante- un momento di irritazione, di desiderio di stupirci- instupiditi, a suo giudizio- a seguito del quale, per liberarsene, ci avrebbe mostrato un segreto, o tutta se stessa, giacché parlare di un segreto della Signora è parlare della Signora, come parlare della pettinatura di una ragazza è parlare della ragazza stessa, se quella che viene comunemente definita essenza non è, fortunatamente, nient'altro che un inganno della grammatica.
La ragazza, uscendo dall'appartamento, ci dette un taglio. Nell'appartamento, il suo prolungarsi era un costruire cellula per cellula un'infezione a cui mancasse il corpo da infettare. Era un rendersi inesauribile sprecandosi. Prendersi, addirittura riprendersi, non semplicemente dandosi ma gettandosi.
Perché è l'istante in cui la ragazza inizia a muovere il primo passo dei quattro o cinque che la portano fuori dall'appartamento, che separa EQUIVOCABILMENTE l'accaduto dal mai accaduto. Sul mai accaduto, che è diverso dal non accaduto, si basa questo mio vizio indecente di scrivere la non storia della ragazza. Per l'accaduto, non essendone stati testimoni, si può solo aver fede. Fede nel già concluso, non nell'a venire. Ché quella fede, è un'esagerazione isterica dell'interiorità, l'interiorità che è a sua volta esagerazione, neoplasia sul corpo di qualsiasi teologia. E' esibizionismo della speranza, quando invece l'unico esibizionismo è l'esibizionismo dell'esibizionismo stesso.
Da quando Isabella aveva accettato con un cenno del mento la sconfessione, aveva iniziato, sebbene impercettibilmente quasi anche al mio sguardo, a me, che pur sapevo di cosa si trattasse, a seguire certi passi, certi preparativi, che avrebbero dovuto darmi ragione, ma siccome lo faceva a malincuore- perché quello avrebbe rappresentato non soltanto la nostra separazione- il mio contratto era a termine- separazione della quale lei viveva e io vivevo, e comunque nemmeno quello, visto che i nostri rapporti erano freddi, come l'idea fuorimoda del sesso senza desiderio, come devono aver potuto fare Adamo e Eva prima del peccato- e non l'hanno fatto- e come è la pornografia.
No, rappresentava, il malincuore, non la fine, ma un dover ricominciare, se non da capo, da prima ancora del PRIMA, cioè da quando alla ragazza dell'appartamento la fine, sotto diverse forme che non servivano che a edulcorarla, mancò- quel DA PRIMA che, pure se solo supposto e vago, come una bambina che pensi alla vecchiaia, aumentava- e quando dico aumentava, vuol dire che glielo facevano fare- aumentava il suo pressante picchiare, affatto impercettibilmente, e lo faceva ogni giorno.
Lei compiva, assommandoli giorno per giorno, o ora per ora, una serie di gesti- o un gesto unico continuamente ritoccato- che era non importa quanto abusato- giacché lei era abusata- simboli di una stanza che aveva a che fare col testo della recita, ma in un modo che potesse essere frainteso. Infilava monetine in un telefono a muro senza filo, rispondeva rabbuiata "non oggi", e si sbatteva la cornetta in faccia, commentando "sono impegnata, vieni un altro giorno". Si feriva il collo con le spine delle rose, gettava bottiglie di vino ancora sigillate nella spazzatura dicendo "mi piacerebbe" e si gettava nella lettura di testi- il programma del Partito Nazionale Fascista, le pubblicità della Coca Cola, le recensioni dei film porno che pronunciava a voce alta in un buon inglese- testi che, solo nel suo rileggerli, si realizzavano, nella loro inattualità e in quanto tali, scrittura che raggiunge il punto di rottura fra sé e il pensiero. Disfaceva e rifaceva il letto, si faceva la doccia vestita, e ogni volta pronunciava la sua battuta fino a stancare la battuta stessa.
Uno degli ultimi giorni di dicembre, Patricia mi parlò per la prima volta del Don Giovanni, elusivamente, in modo da aprire una parentesi che, nata dall'elusione, dovesse avere dei limiti sufficientemente labili, indistinguibili, da poter essere, per me che la stavo ad ascoltare- e a guardare- fraintendibili, cioè includesse più cose di quante io dovessi, nella sua intenzione, poterne andare a vedere coi miei occhi, di quante potessi decifrarne riportandole alla mia ragione- o alla scrittura, che della ragione rappresenta il FRAINTESO e l'ATTRITO- una volta tratte fuori dalla sua descrizione, descrizione che se non conteneva nessuna interrogazione non lo doveva a uno scopo sottinteso e tutto femminile di interrogare affermando, separando la letteralità da sé, come credetti, stupidamente, all'inizio. Stanotte, Arthur Rimbaud, suggerendomi che l'aria dell'inferno non sopporta inni- anche se ancora non si sa se lui stia dalla mia, di parte, o no- ha fatto in modo che l'intenzione di Patricia mi si mostrasse; e poteva mostrarmisi solo oggi, cioè quando, una volta allontanatasi dalla scena la luce dell'attualità del sentimento, che confondeva i contorni dei suoi stessi oggetti, gli oggetti abbiano ricominciato a non essere più oggetti, ma dei semplici termini- l'intenzione, dicevo, di escludermi mettendomi a conoscenza; di salvarmi, o piuttosto di salvare la scrittura del soggetto, che, recitato a finta memoria, fino a quel momento aveva sempre dimenticato che sia il suo inizio che la sua fine stanno fuori dalla recita e, per questo, esso può solo essere dimenticato, nascendo come nasce da una dimenticanza. Se il suo sentimento riprovava l'esclusione, era lui e solo lui a renderla elusiva. Un rimorso nei miei confronti, e nient'altro, era il senso della parentesi che conteneva, mi accorgo adesso, ai suoi termini la duplice certezza di ogni storia che possa venir raccontata, a un capo quella di una morte vista dalla prospettiva di un fantasma, presa di coscienza cioè che arrivi sempre troppo tardi e comunque al suo momento, perché il suo unico momento è quel troppo tardi, e dall'altro lato, al termine della parentesi che spingeva, e stringeva, e picchiava, la perfezione dell'immanenza, che, una volta percepita, non lasciava a Patricia- e non avrebbe lasciato a me, se lei non mi avesse protetto- più nessun'ansia, nessuna pena nell'aspettare, giacché si sa, che se di una cosa si è resa possibile l'attesa, questa cosa in qualche luogo e in qualche tempo è già, e, che ci raggiunga o non ci raggiunga, essa ugualmente verrà. Patricia mi parlò di un uomo completamente vestito di nero, che già per strada, alla luce del sole- e questo mi fa supporre l'esistenza di un disegno di complicità ben più allargate di quanto credetti le prime volte che certi indizi mi si presentarono- e, dopo, per diversi giorni, quando la seguì FINO IN CASA DI LEI, le aveva offerto dei soldi, una cifra non solo considerevole, ma spropositata, e questo è un dato di fatto. La storia di Patricia e del Don Giovanni, per quanto posso narrare senza dover SUPPORRE, per me finisce qui. E questo, a mio discapito, ne favorisce la fuga dalla verosimiglianza, giacché la verosimiglianza è quello che, dai racconti, chi legge la cronaca sui giornali del pomeriggio- giornali che infatti non escono praticamente più- richiede, e non trovandola chiude il giornale insoddisfatto, disinteressato. D'altronde, se si trovasse questa verosimiglianza, ciò significherebbe, in ultima analisi, che non si potrà mai conoscere, di quella storia, il perché, il senso ultimo del fatto stesso. La vertigine che finisce nell'atto non conosce verosimiglianza, perché è fatta di quelle cose, paranoie o ossessioni, direzioni dell'animo che non possono essere dette, quindi non verosimili. Ora, che so chi fosse il Don Giovanni ALLORA, e che so chi è adesso, nessuna vendetta può mai essermi più impossibile da giustificare agli occhi dello Stato, e a quelli della Signora, se, come immagino ogni volta che penso a lui, il Don Giovanni, una volta che mi presentassi a inchiodarlo con le mie accuse, non saprebbe nemmeno di cosa io stia parlando. Il che prova indubitabilmente che la trama è molto larga.
Il vetro soffiato – la classe dirigente e la legge del cortile, scende la notte, allacciate le cinture, anche le gatte preferiscono gli stivali , signore di seta, ordine elegante, ore contate, orologio brit, chic in spalla, stile globetrotter, unica via di uscita: il crimine. Casa con vista d’artista, l’impero del tajarin, lui ha una casa in marocco e in marocco ci sono cinque cose da non perdere:
1) L’oasi di Fint a dieci chilometri dalla città, una roccaforte d’argilla o ksur, immersa nella natura.
2) Kasba di taourirt: è l’unico monumento storico della città ed è un labirinto di stanze, scale e architetture vecchie di un secolo.
3) Valle della Draa: colline di rocce, canyon come ferite e palmeti a perdita d’occhio: uno spettacolo naturale da non perdere.
4) El-Kelaa M’Gouna: qui crescono le rose damascene, con cui si producono acqua di rose e saponi.
5) Palmeto di Skoura: una grande macchia verde ma curatissima, creata dal sultano Almohade Yacoub el mansour già nel XII secolo.
Ecco quando il maschio è da buttare, un manuale ora insegna come liberarsi dei peggiori, il tempo è maestro, bionde inglesi doc, lingerie couture, esplode la mania della biancheria griffata e le vendite si moltiplicano anche on line, a Barcellona, ogni sabato, davanti al nuovissimo Museo della Scienza si forma un chilometro di fila, i luna park del sapere, bio che stile, quando l’ambiente incontra il comfort assoluto, viaggi low impact, gli eco imprenditori sono la punta di diamante di una nuova economia a 3 P: People, Planet and Profit, sono eco e molto glamour, il trekking si fa soft, pedalando fra le isole, amo i concerti per piano ma preferisco quelli per flute, dal 1926 brindiamo all’eccellenza, depressione, atti violenti, insonnia e difficoltà nelle relazioni i mali più diffusi, psicosi piena di scosse, il fascino discreto dell’illusione, marketing in pillole ma spesso chi deve controllare le nuove molecole è nel libro paga delle aziende, l’uomo ragno è in crisi di identità, misure antisismiche, non solo cyber, grande muraglia hacker, aggirare la censura sul web e combattere le corporations che aiutano pechino, hackers against america, pakistan hackers group, electronic disturbance theatre, le aziende informano, l’antitrust e l’anticristo, se lo stato c’è batta un colpa, non sparate sul compositore, il ponte dei miracoli parla con la luce, nobili radici donano frutti preziosi, fondamentalista del jazz, come siamo caduti in alto, chi russa resta solo, ricorda, il namib sarebbe nato dopo l’impatto sulla terra di un meterorite del diametro di alcuni chilometri, dalla sabbia al’oceano, il deserto che vive, madre namibia, nell’africa nerissima, un amore lungo una sigaretta, mister rendita, troppo benestante per lavorare, una brigata combat camera, pc palmari, kit satellitari, ma anche beretta ar 70, microspia jackpot, lavorare stanca, ci sono tanti fantastici premi da catturare, incubo terremoto, matematica, figli ritardato di un dio minore, reificazione d’un’utopia, un pianeta al buio, un oceano di lacrime, arancia meccanica, michelangelo, beethoven e la berliner philarmonikerm, lucia di lammermoor, pablo picasso, 2001 odissea nello spazio, bombarda l’onda anomala:
chi è stato il secondo uomo a conquistare l’everest?
La mare, potete constatarlo, obbedisce.
Se c'è una narrazione, viene meno, in continuazione. Sviene.
La narrazione, per essere libro, scrittura, pornografia dell'assenza, assenza, deve risalire necessariamente al punto- che non è un punto geometrico, ma una possibilità del tempo- in cui non è ancora avvenuta la rottura, la separazione, fra Isabella e Fortune. Se Isabella è una continuazione di gesti di cui soltanto la circondo, e Fortune non è mai esistita prima di Isabella, è possibile che la loro separazione, in quanto impossibile, non sia mai avvenuta. E che io cerchi di farla avvenire a posteriori, riportando per far questo Fortune nella stanza da letto e Isabella nella scrittura. Per questo, questo libro pecca di mancanze da tutte le parti. Si deve riportare il tempo a un momento che non c'è mai stato, il momento in cui Isabella- che non è mai stata, d'altronde, altri che Isabella- deve rinunciare alla sua infanzia e ricordarne una aprioristica che consenta le finzioni di cui la accuso, nell'atto indecente della scrittura, che in quanto indecente la svergogna, perché Isabella non sa niente di questo libro. Non che Fortune cominci a esistere con quest'atto. L'atto è gratuito quanto falso. Fortune, in quel punto che precede la separazione, finora è sempre svanita, perché Fortune non poteva continuare che divenendo Isabella, mentre Isabella era già da qualche altra parte, divenuta prima di farsi divenire, prima che Fortune la divenisse.
E io non sono tanto ingenuo da credere veramente che mi ci lasceranno parlare.
C'è il vuoto, certo, in cui il notaio affonda, e i clienti affondano, perché credono di toglierlo, e se ne restano impunemente vivi, presenti. E la loro presenza è quella che fa attrito sull'assenza di Isabella. Per questo Isabella usa il lubrificante, non per aiutare loro a entrare, quanto per aiutare il vuoto a non farci caso, così che un altra tessera si aggiunga al mosaico del mio tradimento, mio cioè di me, il tradimento perfetto che subirò, dall'una o dall'altra non importa, perché, se il tradimento è trascendenza, invocata e una volta tanto ottenuta, la vittima ne è anche beneficiario, e ne ha la stessa responsabilità di colui che, nominalmente, tradisce. Vale a dire che delle due l'una non può tradirmi senza l'altra e, l'una o l'altra, è la stessa cosa. In fondo, sono una leva fra una persona- nel suo significato di maschera, maschera che le ho comprato io- e una Lolita che, quando appare, ha già quindici anni e non ne ha mai avuti meno.
Fortune d'altra parte non ha mai avuto il rosso sulle guance come tante altre, e quindi non può perderlo con la scenata dell'impallidire e, passando in rapida rassegna una serie di gesti che più che gesti sono aggettivi qualificativi- lo sguardo di Fortune che si cerca qualcosa attorno, stupefatto, Fortune che è sorpresa a abbassare gli occhi mentre dice di non credervi, come se aprire bocca e dire "non credo ai miei occhi", abusare una volta sola di questo modo di dire che illude, senza nemmeno la pretesa seria di illudere seriamente, come la differenza fra un nodo e lo sguardo, di trasferire la rottura alla sua vista, potesse salvarla, insieme delusa e disgustata, come dire no, mi dispiace, questo è troppo, Fortune che accenna il gesto frettoloso e che esprime un "stavolta una volta per tutte" di infilarsi un vestito addosso con noncuranza, una volta che vale l'altra- passando in rassegna questa serie di gesti, dicevo, completare- al di là del rapporto fra rossore e sparizione, che indurrebbe a lasciarsi tradurre in semplice, scontata successione dove la sparizione segue il rossore nato da un imbarazzo senza precedenti che abbia smosso l'ultimo nodo prima del gesto anch'esso senza precedenti e senza successivi, visto che una sparizione si dà una volta sola, e il doppio della sparizione non viene preso sul serio da nessuno, come la favola di Prokofiev- completare, alla fine, la sparizione della ragazza dalla stanza.
Ora che loro non sono più all'oscuro di Fortune- e dubito che lo siano mai stati- dovrò continuare a scrivere questo libro. La scrittura è quello che li mette in condizione di spiare Isabella, certo, ma per spiarla quando non ne hanno nessun bisogno, se i gesti quotidiani di Isabella sono talmente attutiti, rispetto a quelli di cui la circondo e il loro sporgersi dalla finestra per spiare dentro la sua, di finestra, può farli cadere nel trabocchetto più facile, quello dell'esser visti dalla strada. Questa è la mia speranza, vile come ogni speranza degna del suo nome.
Ma un sottoprodotto, per quanto della Nobile Parola, rimane un sottoprodotto, e considerare l’eternità alla stregua di un sottoprodotto scosse il mio fragile - e perciò stesso predisposto alla scossa - sistema nervoso. Mi sentivo, come dire?, mi sentivo un eretico, anche se non sapevo rispetto a quale dottrina principale, mi sentivo un eretico che stesse per subire la giusta punizione per aver troppo osato col pensiero, e intuivo che essa sarebbe stata terribile, che mi avrebbe annichilito e che questo avrebbe amplificato il mio già vasto senso di colpa poiché m’avrebbe distolto dalla funzione cui ero adibito (si noti come “adibito” suoni adatto alla macchina che non ero). Tra i deliri, cercavo giustificazioni. Mi dicevo: tu sei un orfanello scagliato ai confini dell’universo, non eri pronto a tutto questo, qualcuno ha dettato e tu l’hai ripetuto, è stata lei, è stata lei. Sicché, vedete, ero al contempo schiavo di una mia natura lamentosa, triste, meccanicamente propensa a scaricare verso altri d’ignoto ogni responsabilità, ogni causa di malessere mio che coincidesse con il malessere di alieno, un modo come un altro di renderlo cosmico, quel malessere, sconfinato, come appunto talvolta mi accadeva, da bambino, in tempi memorabili benché distanti, remotissimi. Ma, insomma, confortarmi non serviva che a alimentare il malessere, poiché sapevo che intendeva cancellarlo, e mi pareva d’esser disonesto con me stesso, il che, come ricordavo dalle “lezioni”, è molto peggio che d’esserlo con l’altro, col prossimo e venturo. E il delirio tornava (per questo prima ho scritto “tra i deliri” (ogni parola è impensata e perfetta per mostrare ciò che volentieri si ometterebbe (o non si sa di possedere))). E nel delirio non è che fossi meno lucido, mi abituavo come viaggiando su una strada sconnessa piena di asteroidi e nemmeno i rari tratti piani mi tornavano completamente savio, finché, a lungo andare – intendo naturalmente misure dall’anno luce in poi – i due stati vitali, del delirio e del lamento, alternandosi, si fusero in un terzo, che dei due manteneva tutte le caratteristiche, affatto distinte e riconoscibili, non permettendo di comprendere verso quale dei due il terzo tendesse a calare. Questo aumentava – e pareva impossibile – la confusione (intesa qui non come coacervo insostenibile di rumori ma piuttosto come tafferuglio tra oggetti nocivo alla vista, alla vista anteriore). Ma fu proprio in questo inconcepibile stato che concepii i suoi confini (suoi dello stato) e la maniera di uscirne passando la frontiera, ossia risolvere il mio problema (ammesso che lo si potesse definire un problema; sapevo, infatti, dalle “lezioni” che un problema non esiste in natura e che spesso s’usa chiamar problema un maldestro errore di prospettiva): avrei dovuto attirarla allo scoperto: se l’avessi invogliata, forse ella (si noti, nel pronome, l’accenno alla nobiltà del suo celarsi) forse lei mi si sarebbe rivelata. Ma come suscitare una voglia così, una voglia che la stanasse e realizzasse, da ideale che era (poiché residente in un indirizzo della mia memoria di massa dove infatti teneva tutte le sue cose, in cassetti che, ahimè, non riuscivo a aprire, nemmeno forzando le serrature con giochi di parole e piccoli paradossi, e dire che ci provavo continuamente (per non cedere all’ozio, forse, da cui sarei certamente caduto nel sonno, ovverosia il più grande nemico di noi guardiani (dico noi ma, per quanto ne so, potrei essere l’unico superstite di una schiera di cento, addestrati nella stessa, segretissima scuola))). Non potevo svestirmi della tuta e secernere gli “odori”, ne sarei morto, e comunque nulla mi autorizzava a sperare che avrebbe reagito ai miei “odori” avvicinandosi, specialmente se, come vagheggiavo, si trattava di Fortune; magari fosse, pensai – e contemporaneamente rammemorai, in sequenza, tutte le pratiche con cui m’aveva condotto dalla fanciullezza all’adolescenza. Ma le ultime vecchissime notizie la relegavano al pianeta Terra in qualità di antimateria.
INTERVISTA #3 WICHITA - TOP LINE VIDEO
Wichita non è bella. Ha il naso storto, delle chiazze marroni sopra gli zigomi e su una guancia. I capelli non sono curati, neri, tenuti incastrati dietro le orecchie, sembra consumata. Ha girato una scena breve, a cui ho potuto assistere, un blow job, come lo chiamano loro, ha succhiato l'uccello a un pelato per venti minuti buoni e si è fatta venire sulla lingua, ingoiando poi tutto, raccogliendolo con lo dita, facendo vedere alla telecamera la gola senza traccia di sperma, dicendo "Fill me up", e salutando.
Poi è venuta diretta da me.
I - Quanti anni hai?
W - Diciannove.
I - Ti pagano molto per una scena come questa?
W - Non abbastanza, ma diciamo di sì.
I - Fai questo lavoro per soldi?
W - In parte. Tu guardi molta pornografia? Insomma. Prendi le videocassette o i dvd?
I - Sì, a volte.
W - E perché lo fai?
I - Per dar da mangiare a te.
W - Non sei spiritoso.
I - Non lo sono mai stato.
W - Cosa ti piace dimmi, ti masturbi?
I - Certo.
W - Ti prepari prima la carta, com'è che fai?
I - Ma le domande non dovrei farle io?
W - Dai, avanti.
I - No, non sempre.
W - Non sempre cosa.
I - Non sempre mi preparo la carta.
W - Quindi lo fai per masturbarti.
I - Certo.
W - E poi continui a vederlo?
I - No, spengo. Prendo un film, lo guardo, mi masturbo e spengo. Non un secondo di più.
W - E perché?
I - E' noioso il sesso da guardare, è ridicolo.
W - E allora perché lo guardi?
I - Per masturbarmi. Pensare di scoparti è molto meglio che farlo sul serio.
W - Oh, grazie.
I - Non dico a te, parlo in generale.
W - La rivalutazione della masturbazione.
I - La sua assoluzione. (ride)
I - Guarda che questa teoria ha un suo fondamento. (continua a ridere)
I - La smetti di ridere? Devo fare un'intervista.
W - Sei buffo. Non dirmi che non vuoi che te lo prendo in bocca. Dai, te lo prendo in bocca.
I - No, non voglio.
W - Dai, vieni qui. (si alza e si allunga per toccarmi. Io mi alzo di scatto)
I - Ti ringrazio ma no, preferisco di no.
W - Dai, non mi costa niente, voglio succhiartelo un po'. Avanti.
I - La pianti? Dopo. Alla fine dell'intervista puoi farlo.
W - No no no.
I - No no no cosa?
W - Niente cazzo niente intervista.
I - Ah si?
W - Si.
I - Dici sul serio?
W - Puoi scommetterci. (apre la bocca, tira fuori la lingua e la muove velocemente)
I - Alla fine.
W - Adesso.
I - fanculo.
Mi allontano. Faccio qualche passo. Poi mi fermo e torno indietro, facendo per slacciarmi i pantaloni.
I - Avanti, dai.
(Lei mi si inginocchia davanti, me l'ha appena preso in bocca che glielo tiro via)
I - Basta. Ora le domande.
W - Dai, vieni qui.
I - No, ho detto basta. Avevi detto un po’.
W - Ma che c'entra, dai che lo so che vuoi che te lo prendo in bocca.
I - Tu non sai niente. Non voglio che me lo prendi in bocca. Voglio farti delle domande. Posso o non posso?
W - Non puoi. Niente cazzo, niente intervista. Ora è una questione di principio. Devi venirmi in bocca. Qui. (si tocca la lingua con la punta di un dito)
I - Alla fine.
W - Adesso.
I - Alla fine.
W - Adesso.
I - Niente cazzo niente intervista?
W - Niente cazzo niente intervista. Puoi scommetterci.
I - Fanculo.
Mi dispiace deludervi, ma non potevo dargliela vinta.
Ed ecco l'intervista.
Se Fortune, il pomeriggio prima che il notaio si mettesse in testa di comprare bambole, fissava un nodo, non era per giocare a scioglierlo, né per lasciare, come si fa in certi pomeriggi noiosi- in cui il tempo mostra UN CERTO ATTRITO e oppone la stessa resistenza allo scorrere di un macigno spinto dalle braccia, esili, di una bambina- che il tempo le passasse accanto anonimo, facendosi notare, se possibile, il meno possibile e meno del normale, né- figuriamoci- per impararlo, quel nodo, a memoria e essere, anzi ritrovarsi, a sua volta in grado, in caso di necessità, di rifarlo, perché i nodi che si fanno col corpo di Fortune al massimo si inumidiscono, con l'acqua, il sapone, la vaselina e lo sperma, e non per allentarli, quanto per adornarli, e per far queste cose la si porta in un bagno pubblico, che è il luogo prescritto alla cerimonia, diversamente da quando si danno, ben prima di avviarvisi, alla cerimonia, gli ultimi ritocchi al vestito di una sposa, le ultime correzioni di fard, fondotinta, matita e rossetto. Come dire che, nel caso di Fortune, la cerimonia è continua, a oltranza, senza variazioni di tono. Ci si potrebbe attendere che il punto, il desiderio a cui tutta la cerimonia tende, sia l'irruzione del celebrante fra i due sposi, come unica possibilità carnale che, coerente al fatto metafisico, non tradisca debolezze, sbavature, incrinature nello scorrere, che è ripetizione dell'"ogni volta una volta", tesa a un raggiungimento che, se è necessario come possibilità più propria di ipseità, è anche irraggiungibile da tempo e cerimonia COME TALI, che in questo tendersi non arrivano mai abbastanza, altrimenti scomparirebbero. E' che, fissando un oggetto sulla cui scelta il discorso si incarta tanto che basta dire "un oggetto a caso", il che non è superficialità ma religiosità e, nella religiosità, fraintendimento, fissando quella "casualità", che esclude le altre- e, fissandola fino a dimenticarla, rimettendo in gioco l'esclusione delle altre- non si fissa niente, anzi, si fissa niente, e fissando niente si fissa Fortune. E' un niente e non uno specchio, d'accordo, ma funziona meglio di uno specchio. Lo specchio restituisce l'immagine, il niente restituisce, appunto, niente. Quello che sottrae, è Fortune da Fortune, che si cercava un ladro addosso, ne era convinta da tutta la vita, di questo ladro. Non che fosse convinta che questo ladro esistesse, che ci fosse, che fosse. Era convinta DI questo ladro. Come ne sarà convinta Isabella, solo quando mi renderò conto che ero io, e ancora non riesco a smettere di rubare, perché per il resto, quando la ragazzina non fissava il nodo, e anche lì non parlava- perché più che scopare si faceva scopare, visto che, a riprova di quest'assunto, i ragazzi che la guardavano, la guardavano da lontano, dall'altra parte del marciapiede, perché da vicino le avrebbero messo le mani addosso- a Fortune non importava nulla della refurtiva, perché la refurtiva, dopotutto, c'era solo per fare un favore a me.
La formula magica, magica di quella magia nera che perseguitava Antonin Artaud fin dentro il manicomio di Rodez, e che per gioco o per finzione, o per un semplice aggiornamento del calendario, mi è saltata addosso, vistosamente infastidita e, sicuramente- stando a quanto immagino di aver ricavato nel ricucire gli indizi, quelli che semina in giro sperando che ne nascano prove- allertata da questo libro, dato che continua a fingere che non lo scriverò mai, è la scrittura, quella formula. Ed è anche, questo andrebbe senza dirlo, il filo che ricuce gli indizi, che è testimonianza senza appartenere a ciò che testimonia, come chi assista a un crimine in sogno. La scrittura non è più quello che mi separa da Isabella, quanto quel liquido di contrasto in cui, immersa fino alle punte dei capelli, Isabella fallisce la prova dell'indifferenza e si fa nota; la scrittura è il corpo- lo chiamo corpo perché un corpo è, e ne ha la forma, qualsiasi cosa ne dicano col proposito di smentirmi- che mi serve per ingombrare le strettoie, per togliere di mezzo una volta per tutte il tubetto del lubrificante di Isabella, così che l'attrito non si faccia attendere, e il vuoto, sentendo odore di bruciato, se ne torni a sublimare quell'utero, come sale sparso dove non debba crescere più erba, e non si formino più anime, e io possa descrivere infine la purezza nella forma di Isabella.