Chiosa l’assurdo, brandendo spade di lingua, la resa, l’attesa, l’influsso delle maniglie che piegano verso destra, perché verso destra? Cospirazioni, ecco cosa. Tutto ha una faccia, tutto ti osserva, prende appunti su di te.
La finestra di casa tua è in possesso di segreti indicibili. Il tuo letto potrebbe farti arrestare.
Le case degli abitanti del mare sono in fiamme, nessuna piramide è stata scovata, gli ultimi poeti mutilati si aggirano negli angoli delle strade, sotto le curve delle luci natalizie, mostrando le loro mutilazioni e cercando la pietà degli avventori che si tirano su il cappotto, preoccupatissimi dal mal di gola.
Un atroce spazzino, realmente indifferente, freddo come un chirurgo, compone piccoli mucchi di foglie, e tossisce.
Una ragazza avvolta in un cappotto tiene lo sguardo gisso in terra e tira fuori le labbra solo per produrre equazioni di fumo, deglutendo.
Io riesco ad avvertire in anticipo, anche con gli occhi chiusi, anche durante il sonno, l’invasione della mia stanza.
Non ho mai avuto un passato, se ne siete capaci, provate a raccontarmelo.
Ho nella testa sequenze di immagini che non si colloocano in nessun tempo, ma fluttuano come bollicine in un bicchiere di prosecco, questo.
“Un altro, signore?”
“No, basta così”
*
Insomma, c’era questo monaco che faceva il sarto, Ro mi disse vai da lui a chiedere il vestito e io ci andai, attraversai il roseto stando attento a non calpestare la morticina che lì risiede e giunsi dinanzi a una porta rossa, con su scritto: quattro. Appena dentro un apolide di nome Francois cominciò a parlaree a raccontare storie sui tartari, storie di scarpe senza lacci, di cianfrusaglie, e io continuavo a cercare di fermarlo ma lui ripeteva come un ossesso: posso finire? E ancora: posso finire? Mi tacciò di qualunquismo, di essere un fabbricante di mine anti uomo e io dissi che questo onore ancora non l’avevo avuto, fabbricavo tagliole questo è vero, e sapevo a memoria la parte del moro nel Tito Andronico ma questo aveva qualche valenza? L’Iva, dissi, la pago io o la paghi tu? Lui s’infurio, si tirò su i calzoni fino al polpaccio e con quest’aria da pescatore si gettò dal balcone, tenendo le mani giunte. Cambiai stanza, parrucca e smalto, e così multiforme e pieno di punti deboli m’incamminai barcollante lungo il corridodio, accarezzando con un dito il muro, e arrivai nella camera, e aprii le finestre e guardai fuori, la sera, le stelle, le nuvole, le lenzuola stese, i gatti zoppi, le mollette e dissi: “Bene, c’è ancora bisogno di qualcosa?” Nessuno rispose, se non considerariamo una sagoma, dall’altra parte della strada, che parve indicarmi, o salutarmi, ma un abete si frappose alla nostra traiettoria d’incontro, e la sagoma credo che sia morta così. Tornando indietro mi preoccupai di contare gli zerbini e tutte le case che avendo due finestre accese e parallele parevano avere una faccia e le interrogai, chiesi loro i nomi, le date, chiesi poesie a memoria e numeri di telefono, ma non una casa mi rispose e allora capii che è vero che il mattone rende, ma non parla, e d’un tratto sprofondai nella cognizione che i beni immobili sono quelli che contano, come l’amore o le calcolatrici, e rientrai da Ro dicendo chi era che faceva l’abito?
Il monaco, rispose lei, non l’hai preso?
No, dissi, mente lei mi cannibalizzava l’aureola come Gesù in quel racconto di Duranmatt.
E uscii di nuovo.
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In principio non c’era il verbo.
In principio non regnavano simboli.
Dapprima i numeri, e quindi la parola, aprirono l’abisso, crearono le prigioni, e città attorno alle prigioni che sono prigioni esse stesse, e nessuno conobbe più se stesso aldilà di ciò che qualcun altro vuole rappresentare.
In principio l’idea del tempo era il passatempo dei figli idioti di dio.
Regnava un presente continuato che rendeva insignificanti pensieri protratti in un momento che non era lo stesso in cui il pensiero scaturiva. I sogni valevano come ricordi. Il domani non veniva nemmeno formulato come idea.
Finché comparirono i numeri.
E i numeri misurarono ed educarono, i numeri subirono una metamorfosi e si tramutarono in simboli adatti a tutte le cose percepite, la parola oscurò il cielo e l’uomo perse la sua libertà, e poi perse anche l’idea di averla un giorno posseduta.
(dal Ricettario, libro senza nome)
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Vana ellissi nobile d’alchimia
fragile scomponi per me questo assedio
siimi tumulto e urgenza incollocabile – disperditi
(non era solo una stanza, un salotto, non era solo un posto dove qualcuno ci aveva messo, le pareti rosse, ricordi la tenda che prese fuoco? Avevamo posto dentro, ecco cosa ci ha avvicinato. Poi ti caddero i fiori dalle mani, tutti quei fiori, i petali che rimasero in terra, tutti quei fiori dicevi – disperdimi)
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È come avere un paio di gambe, zac zac zac, e mordere il percorso, tagliarlo netto con la punta del naso, tessuti e tessuti di presente che poi andranno nelle boutique di seconda mano chiamata “ERA SOLO UN ATTIMO FA”, nelle insalate ricche ricche che sono leggere, sgrassano la bocca, sono future.
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Poi una mattina appoggiato su un tavolo – niente di eccezionale – un paio di gambe accavvalate – niente da fare tutto il giorno, guardarmi intorno – sonnechiare, poi da tagliare qualche foglio - un filo di nastro adesivo – a volte un cavo.
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dal passo di un racconto letto in piedi davanti ad una bancarella con le mani nei guanti – pieno inverno, luci arancioni o rosse, nei ristoranti piatti con cibo marrone dentro, una tristezza paziente da ricordi di Larimer Street, solo l’inizio, che diceva “La forbice strabica delle tue gambe procedeva sotto l’assolata panoramica della strada. Seguivo con lo sguardo la tua ombra e i passi - immaginavo di scrivere una poesia sul tuo modo di camminare e i passi - ti portavano lontano da me, quando dietro una curva non esisti già più, quando dietro una curva per quanto mi riguarda, adesso lo so, il mondo cessa di essere.”
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o in un cassetto, nelle giornate di pioggia, senza parlare con nessuno un giorno intero, solo pensieri che inseguono pensieri e li prendono dicendo: ora tocca a te.
Ragazzini che giocano in circolo e poi si buttano per terra e alla fine ognuno a casa sua.
Sono un cortile dove crescono le erbacce e i portoni servono a fare da porta per giocare al calcio.
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manifesto sopra il portone del tuo cortile:
E’ SEVERAMENTE VIETATO IL GIUOCO DEL PALLONE
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poi all’improvviso un incarico importante, magari dei fili, per fare dei libri per tenere insieme le parole, o l’orlo di un paio di pantaloni.
Solo in raririssimi casi si può perdere la testa, e trovarsi in quella di un’altra persona.
Io sono l’arma del delitto.