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la scrittura anonima

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Bottoni

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giovedì, 15 dicembre 2005

Non so da che parte cominciare per quest’operazione a cuore aperto, la confessione che si confessa alla confessione, parla con se stessa, si ammonisce da sola, distante dal cultore delle leggi che intona fa diesis sotto la cupola multicolore.

 

 

 

*

 

 

 

Mosca candy clean, cercando lavanderie nel cuore della piccola Parigi, un pomeriggio di nebbia con le camice che penzolano dalle buste della ragazze cinesi che tossiscono nei guanti, nei guanti -alla fermata degli autobu, la nostalgia esiste solo in una condizione di costrizione emotiva prolungata – saturazione del giallo, canie e pozzanghere (ignut non diventare come me, anche io da bambino raccoglievo soldi, il sentimento della tazza di thé perde il suo vaopre nella solitudine del tavolo)

 

 

 

la prima volta, la prima volta fa sempre tremare

 

 

 

*

 

 

 

questa narrazione comincia da dentro, come un nervo, simile in esasperazione a un’operazione chirurgica eseguita con una macchina da presa al posto degli strumenti medici – una macchina a scrivere, direbbe lui

 

 

 

questa scrittura è invasiva per me, nociva per me, innocua per voi.

 

 

 

*

 

 

 

gelida tirannia, mie braccia tese all’abbraccio negate, carne non mia,

 

mia tremenda amputazione, non mi sei di conforto non mi sei

 

dentro alla bocca non potei, della tua pelle, comporre una dottrina

 

tu che sofistichi i minuti particolari, arrangiatrice di luci –

 

penso che qualcosa mi sorriderà, un semaforo, fritz lang dagli anni ‘20

 

in una sera tutta grigia e orologi e castagne –

 

oppure sarai ancora tu, di ritorno dopo due settimane,

 

algida nella posa, autentica, tutta vitamine

 

fatta bionda

 

 

 

penso che perforerò i miei occhi, per abbracciare la mia nutrice

 

 

 

*

 

 

 

Così soffici le mie pupille, liquidamente minerali, assistono al rientro in città degli antropofagi della gioia, con le loro bocche dai minuscoli denti aguzzi, l’apparato riproduttivo posto all’esterno, riescono a donarsi polluzioni da ingravidare successivamente, nella solitudine di qualsiasi stanza. Hanno girasoli al posto dei genitali e trasportano l’aria nel collo della pelliccia, riescono ad accumulare bolle, per la probabilità chiara di rimanere chiusi dentro agli ascensori.

 

 

 

*

 

 

 

musil, apportatore di minacce, l’agonia della tradizione s’esaurisce in quattro

 

battiti di mani, urla, le solite cineserie, a chi interessa

 

la letteratura ciò che conta, dicono, è l’indipendenza, e basta provarla,

 

germina, crea polluzioni, nella stanza macabra puoi pensarti in un film,

 

non guardarti intorno, aiuta, ogni ragazza che incontri è la protagonista del suo film

 

assoluto e perché nella tua vita tu dovresti essere la comparsa, quello che sta

 

dietro al bancone di un bar?

 

Cinque minuti e “il solito”, appari e scompari dalla scena – nella strada s’accalcano

 

le persone, si sfiorano e non sanno di essere scenario ai giorni e alle notti che s’alternano

 

kafka o gli indiani, quante perle di saggezza si sono spente al calar del sole,

 

“restare nelle pagine, scalfire il tempo e il suo sentimento” si ripete l’artista, così uranide, questa

 

famiglia che comprende sei grandi specie dai colori vivaci e con code alari, di dimensioni

 

così variopinte da essere scambiati per vere farfalle – ma ecco, i giorni come una tartara si riepilogano alle notti e tutto questo è illuminazione, passaggio di prospettiva e distacco, i bruchi di molte specie consumano piante nella notte solenne, per evitare gli attacchi delle formiche operaie si calano dalle fogli sui fili di seta, sognando la colazione dei campioni

 

 

 

*

 

 

 

bocca di fragola ce n’è anche per te, verranno i minuti particolari in cui porterò all’ago

 

le nostre escoriazioni, le esecuzioni e quell’arte da ragno che

 

ci vantavamo di avere con i fili, considera le mantidi, che divorano i maschi

 

dopo l’accoppiamento, considera che il maschio è divenuto molto cauto e, in natura,

 

riesce quasi sempre a sottrarsi al morso dell’orgasmo –

 

 

 

tu che eri la nudità dell’interno

 

il corpo è quasi roversciato come un guanto

 

e il sole si prenderà cura di te

 

 

 

*

 

 

 

ecco perché stamattina, quando mi sono svegliato

 

ero stato tramutato in un antozoo (animale fiore)

 

 

 

ho dei colori brillanti, i tentacoli ondeggianti e i fusti carnosi, molto simile

 

a una pianta senz’altro, tuttavia sono carnivoro, anche se a volte posso nutrirmi di alghe microscopiche alloggiate nel corpo mio tempio.

 

Da adulto formerò polipi, animali semplici a forma di tubo chiuso a un’estemità e aperto dall’altra, che si estroflette a formare una o più corone di tentacoli contenenti cellule urticanti, che posso mangiare o usare per difendermi dalle attenzioni dei predatori quali postini, ragazze col pircing, venditori ambulanti, ragazze alte meno di uno e sessanta, infermiere, parrucchieri, ragazze al di sotto dei diciotto anni senza pircing, testimoni di geova, ragazze con la pancia scoperta, controllori.

 

Posso moltipicarmi facendo sesso o rimanendo da solo, poiché questa mattina la mia masturbazione è gravida.

 

 

 

*

 

 

 

e finiranno questi desideri, finiranno? Pagina 37 del “Visionario” di Schiller, riga 18, edizioni millelire, dice: “Nient’affatto”, sei parte della malattia e parte della cura, lasciati andare, parlaci di te piccola alga, le schedule proposte al tuo internamento sono state respinte, sei fuori dalla fabbrica, improduttivo, sterile, canta pure, niente si compara a te, cantalo, scrivilo, niente si compara a te, fotocopia, iniezione, stai bruciando sui sassi, niente si compara a te, dottrina del freddo che crepa, lemuri di abbandono, la distanza, il gesto e la sequenza, sale da ballo, sono cadute le colonne e i piani sono sovrapposti, sovraesposti, niente si compara a te, sei una liturgia, un battesimo, un sacramento, chi si raschia l’ostia dal palato con un dito ricurvo sotto la cupola multicolore?

 

Tossivano tutti nella stanza, nella quiete, si arrampicavano sui muri e tiravano giù le tende e le bruciavano muliandole come dervisci, tende in fiamme nel territorio, i bambini masticavano il vetro facevano merende al titanio e nichel, questa parte di kme così marcia e così asservita all’ingranaggio, il tuo cristo personale se ne sta zitto nel deserto della tua anima a fissare il sole, sotto acido, a mia madre non sarebbe piaciuto, nulla si compara a te, il ticchettio degli orologi e le meccaniche celesti, la domus aurea, Roma bruciò in prima serata, tossivano tutti, anche due sere fa, dopo che fummo scesi dalle scale con le nostre ombre che producevano sul muro mostri senza carne a forma di gru (sono terrorizzato dalle gru) nella stanza chiusa e senza finestre dove potevamo essere coralli, qualcuno buttò uno straccio nella stufa, nel buco della stufa, e la stanza si riempì di fumo e tossivano tutti, caliginosi e afflitti, uno schermo riportava periferie in fiamme, ghetti, neocon, taumaturghi, capsule, ma nulla si compara a te, filmico, gotico, cuneo piantato nell’era postmoderna, così numero, così fiscale, non discendere dalla grazia in questo stato di deriva psichica poiché niente, niente si compara a te.

 

 

 

*

 

 

 

 

 

Spostarsi la pelle del cranio sugli occhi, come indossare un maglione male e non riuscire

 

a infilare le maniche così – non riuscire a infilare gli occhi nella pelle e stare fermi, disossati, su una panchina oppure sotto un albero, non d’inverno, niente gola scoperta, piuttosto scegliere, quando si incontra

 

una persona, una parte del viso da guardare, ogni volto nasconde nella sua asimmetria due persone

 

diverse – di solito una più triste dell’altra ma chi non lo è? Chi non è più triste dell’altro? Scegliere una parte dunque e assecondarla, volerle bene, volere bene alla metà del viso dell’altro, e odiare l’altra metà, oppure schivarla, rendersi indifferenti, come un cappotto che rimane attaccato su un attaccapanni durante un veglione di capodanno.

 

 

 

*

 

 

 

quando la incontrai nuovamente era un persona nuova, mescolata, molto eterogenea e piena

 

di guanti e altre insidie che muoveva in una maniera particolare, predatrice, i suoi gesti si notavano

 

come si potevano notare due sigarette accese nel buio – “Se abiteremo nella casa la casa non crollerà”

 

mi dicevo in qualche organo dell’autunno, me lo dicevo nella milza dell’autunno che questa faccenda della solitudine era una vigliaccata, e quell’altra cosa, la cosa, l’amore, che dire, noi minuscoli funghi sarcastici abbiamo questa prospettiva da tuberi, e sappiamo che ci piace ciò che ci soddisfa e questa meccanica masturbatoria ecco- chiamiamo amore - poiché necessita della presenza d’un altro, d’un altra, “Amo la pioggia” disse e mostrava i piedi, tesi, pallide unghie nella bocca rossa del divano parlando della pioggia, “Ti piace la pioggia” dissi e schiaffeggiavo la conversazione, la finivo, come l’ultimo dito di vino, non ci pensavo più, solitamente mi ripiegavo su me stesso e pensavo di essere qualcos’altro, assumevo i toni legnosi d’una quercia oppure diventavo una stella marina e dovevo tirar fuori lo stomaco per mangiare, estrarlo, e quando lo facevo lei era lì e cominciava a mettere le mani, a usarle.

 

 

 

Ricordo questo con un dolore alla base dell’orecchio.

 

 

 

(Ora lei è in infusione con la testa dentro a qualche passerella, la contaminano, la immagino con i piedi vicini, il broncio, gli scalini della fame predisposti all’inverso.)

 

 

 

Quando mi capita fingo d’essere una rupe e divento autoritario e verticale.

 

 

 

*

 

 

 

 

 

Sono modelle, sono effimere come una nevicata sulla strada bagnata – chi insegue a morirne un astratto, un codice a barre - chi tenta la spiegazione chi pinza sonniferi alle palpebre per loro, che non pregano nemmeno per se stesse, così calme, così palladiane, si muovono pochissimo o non si muovono affatto, distanti anni luce da questa mistica che ci contempla tutti.

 

 

 

*

 

 

 

Epigrafe di Nietzsche

 

 

 

“Volevo solo essere un mezzo”

 

 

 

*

 

 

 

Tautogramma del mezzo

 

 

 

Parola prendi parte

 

Parola prostituisciti per purezza

 

Parola possiedimi platealmente

 

Parola portami pace portami pane

 

Pulisci piano pulisci parca

 

Parola prendi posto

 

Parola prendo posto

 

Potami pure

 

Piangiamo

 

Partoriamo

 

 

 

Polline

 

 

 

*

 

 

 

Mi hanno chiesto di passare due settimane in africa per consegnare delle affettatrici, in Tanzania. È richiesta la patente internazionale. Bisogna guidare una jeep per terreni impervi. In Tanzania. Ci penso. Mi informo sulla profilassi.

 

 

 

*

 

 

 

Mme Krumenaker il nome ti anticipa gli spigoli, double room single use with bath, così in beige così appena uscita da un salone di chimica, da un libro di Mann, si muove e pare un maggio che non si decida a mostrare la parte più profumata di sé, diciamo con delle piogge, diciamo che uno specchio e la sua donna compongono una mistica, il loro rapporto simbiotico, una volta conobbi un ragazzo con un cane e gli chiesi “E’ tuo il cane?” E lui rispose “Io sono suo” per questo adesso chiedo “E’ con lei lo specchio, m.me Krumenaker?”

 

 

 

Il nome, come dicevo, ti anticipa gli spigoli.

 

 

 

*

 

 

 

TRATE’ DE BAVE ET D’ETERNITE’

 

119’

 

 

 

(Francia, 1951, b/n, v.o. con sott. Italiani)

 

di iIsidore Isou

 

Opera unica prodotta dall’avanguardia dei Lettristi, di cui facevano parte, tra gli altri, Guy Debord e Gil Wollman, all’epoca giovanissimi. Il film di Isou è il primo film composto interamente di materiali di repertorio, montati secondo il principio lettrista della poesia sonora: film di deriva urbana attraverso le strade di Parigi, manifesto del Cinema Discrepante che vuole separate le immagini dalle parole, opera antropofaga che si nutre di se stessa, e si compie nel suo farsi.

 

 

 

Chi è Isidore Isou?

 

(Chi è Breton?)

 

 

 

“Vogliamo il nuovo, vogliamo Isou”, gridavano i lettristi ai surrealistri, sfidandoli sul proprio territorio di innovatori/distruttori.

 

Isidore Isou, nato in Romania, emigrato a Parigi, aveva tutta una serie di idee ben definite per smontare tutto lo smontabile dell’arte. Isou non vede un quadro, vedei dei colori e una tela. Non vede sculture, vede del marmo. Il suo approccio era di carattere chirurgico, isolava gli elementi e dove erano le regole lui le contrappneva, cancellava, sovrapponeva, macchiava, bruciava, guastava, cesellava. L’archetipo che voleva immagine e suono associate, veniva destituito. Il testo prendeva funzione portante e non seguiva più le immagini, che venivano relegate al ruolo di sfondo, isou non si sforza nemmeno di crearne di nuove, utilizzando vecchie pellicole, graffiandole con degli scarabocchi, cancellando i volti dell persone. In TRAITE’ DE BAVE ET ETERNITE’ si sente la sua voce che parla ad un comizio, e alle parole di Isou fanno da contrappunto fisci e ivnettive, e tutta una serie di domande quali:

 

“Ma chi si crede di essere?”

 

“Dove uole arrivare?”

 

“Ma quello che sta facendo può ancora recitarsi cinema secondo lei?”

 

Isou rispondeva con tono autoritario, si barricava, diceva cose come:

 

“Da l momento che lo faccio è, cinema”

 

(eccoti il gesto che misura la qualità dell’intenzione)

 

Anche la letteratura subì le picconate di Isou che individuò il nemico nella parola, isolandolo, e lo distrusse, considerandolo sorpassato e limitante. Propose dunque l’impiego di un elemento secondo lui più puro e profondo di versificazione: la lettera.

 

 

 

(Tutto questo distruggere assomiglia molto di più a un gioco che a una creazione, e il pensiero corre ai dada e ai surrealisti, e viene da pensare che quando si applica la ragione e si vuole dare un senso forzatamente illuminante a quella che dovrebbe essere la creazione dell’arte, si finisce per ingabbiarsi in esecuzioni più simili al modello dell’enigmistica, e quindi ludico, che a quello prettamente artistico creativo.

 

Esistono i fratelli Karamazov ed esiste Rimbaud, la parola può essere iceberg lentissimo o pallottola, tutto questo non prescinde dalla constatazione di fatto che si è solo mezzo, filtro, fra parola sognata e parola scritta, fra immagine vista e immagine fissata, e il pensiero del paradosso che da una certa prospettiva tutti si sia solo un unico paio d’occhi, intenti a fissarsi il buco del culo così in profondità finché non ridiventa vista.)

 

 

 

*

 

 

 

 

 

L’eloquenza dei fatti. La comprensione della mistica richiede un’attitudine da pipistrelli, completa fiducia nel proprio apparato sensioriale, propaggini sparse, corpo da topo, ali.

 

 

 

*

 

 

 

chiaroveggenti, le più famose, accorsero nella valle passando attorno alle vette innevate e ai guardiani dei funghi, lente file di camion procedevano in carovana nella notte, fari tremanti come dita che tentassero di tastare il buio, così insicure, vennero distrutti tutti i telecomandi e il presidente diede fondo alla sua cipria più incisiva, gli eventi coagulavano e ormai la decisione era presa, era esecutiva, mentre una fila di uomini uscivano da dodici case con delle ceste colme di topi, per protestare contro la perdita della vista.

 

 

 

La rane che affollavano gli auditori, i mercati e le sale d’attesa gracidavano a piena voce nel mausoleo, ammassate una sull’altra, eco, nella cupola dell’eco.

 

 

 

*

 

 

 

ci sono degli insetti, come le piattole, che vivono tutta la loro vita sponstandosi pochissimo, o affatto.

 

 

 

Anche il ragno d’acqua ha adottato questa filosofia, ma lui è iperbarico.

 

 

 

*

 

 

 

Entrarono all’alba coi carrarmati, i cingolati e gli elmetti, e rimasero due anni (nei tuoi sogni, per renderti quello che ti hanno tolto) la notte era illuminata dalle loro luci lampeggianti o verticali. Il fuoco era coperto (nei tuoi sogni il burattinaio fa parte dei burattini?) mammina mani di lavanda teneva il coltello teneva la cucina, lapocalisse a gocciolare dal rubinetto, dalla mattina.

 

 

 

*

 

 

 

e poi ci fu la neve, ma prima un film di Herzog , una bottiglia di vino non finita, la cucina in acciaio di un osteria, inserire dei croissant nel forno ma farlo per qualcun altro, in un’altra cucina in acciaio dove i bicchieri erano allineati come alligatori e c’era un’affettatrice che ronzava nella notte, monotona nel suo tagliare il vuoto.

 

 

 

 

 

*

 

 

 

 

 

Il primo problema è riconoscere una differenza estetica negli oggetti, fra due orologi, due bracciali.

 

Ognuno di voi ha la sua personalissima opinione sulla bellezza d’un anello ma quali canoni definiscono la bellezza oggettiva d’un paio d’orecchini, d’una montagna, d’una nuvola? Il tempo impiegato nella costruzione dell’opera? I materiali usati?

 

Ieri ho visto una vecchia sbadigliare le ho visto i denti. Di cosa dovrei parlare?

 

Mia cugina si lava le mani con una saponetta al buddismo ed è infinitamente fiera della sua collezione di scarpe.

 

 

 

 

 

 

 

*

 

 

 

Non devo trasportare delle affettatrici in Tanzania bensì delle sterilizzatrici. “In effetti” dice un mio amico “Credo sia difficile che il loro problema principale sia tagliare del parma sottile.”

 


Postato da: enneenne a 11:33 | link | commenti |