la scrittura anonima
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Un po’ di cose per quando mi lascerai
Ti scrivo adesso amore mio. Perché quando mi lascerai ci saranno troppi rancori, orgoglio e tante di quelle cose in cielo e in terra, sai, cose che la filosofia mica basta, cose che non saprò gestire e che tutto il buon tempo passato non servirà per esser grati.
Ti scrivo adesso, allora, che il tempo è dolce e la mia stagione è propizia, adesso che sento il senso di ogni giorno passato con te e il vento mi sfiora le ali nuove che ho fabbricato e mi sostiene alto, magari non a sfiorare il sole, sai, la cera si scioglie, ma alto a sufficienza per vedere le cose piccine piccine, avere prospettive pulite, ordinate.
Ti scrivo adesso che il labirinto è un ricordo e che lo spazio è libero, la temperatura ideale e laggiù, neanche troppo lontano, vedo i primi sentori del mare, sai, quegli alberi strani e deformi, le chiome spettinate e un sapore diverso mi raggiunge la lingua.
Mio padre urlava, in basso.
“Attento. Torna qui. Non possono reggere. Perché non mi ascolti. E’ innaturale. L’uomo non deve volare.”
Che ci posso fare babbo? Mica è una scelta, sai? O meglio, magari è proprio una scelta. Ma non ne hai mica la consapevolezza. Così ti ritrovi con addosso le tue ali di cera. E puoi solo augurarti che le percentuali siano abbastanza corrette, i tuoi calcoli abbastanza esatti. E poi basta con questa storia del nonèmaisuccessoprima. Adesso sta succedendo. Non posso mica stare qui a rifare tutto quello che è già stato fatto da qualcuno. Magari a farlo un po’ diverso, Sfogare la mia originalità nelle modifiche. Arriva bene il momento in cui si deve anche creare, no?
Così nacquero le mie ali.
Le ho indossate per tre anni. Tre lunghi anni zoppicanti, difficili e felici. Ho volato basso in principio. Ma è durato poco. La sensazione è troppo dolce, E’ lei che ti spinge verso l’alto. Così i miei giri si facevano più lunghi, più impegnativi.
Cadute ce ne sono state. E le ali si sono danneggiate spesso. Ma poi, cera, fildiferro, anche nastro adesivo se serviva, sono sempre tornate in servizio.
Con il tempo ho imparato dagli errori, ho scoperto le ore migliori per decollo e atterraggio, ho imparato che arrotondare la parte superiore mi consente di dirigerle meglio.
Erano loro a insegnarmi. Ogni piccolo fallimento portava un miglioramento.
Ma insufficiente.
Non ero in grado di tenere sotto controllo le percentuali, i calcoli risultavano troppo spesso inesatti.
Mi lasciai guidare da loro. Le mie ali mi dicevano cosa e come.
Sempre più vicino al sole.
Arriverà il giorno in cui il volo supererà l’ultima soglia consentita, il giorno in cui sarà superato un punto di non ritorno. Allora le mie ali si scioglieranno e io cadrò.
Morirò. E avranno avuto ragione tutti. Tutti quelli che mi dicevano: “Attento. Torna qui. Non possono reggere. Perché non mi ascolti. E’ innaturale. L’uomo non deve volare.”
Tutti a darsi pacche sulle spalle: “L’avevo detto che non ce la faceva mica”, “io lo sapevo che era uno sbaglio”
Morirò. Ma non è vero quello che diranno. Valeva la pena. Ogni giorno, quando i miei piedi si staccavano dal suolo, ero felice. Lassù ero e sarò felice. Fino ad allora. Ogni istante.
Poche cose devo dirti ancora amore mio. Eppure non mi risolvo a chiudere questo discorso. Forse perché so che saranno le ultime mie parole che vedrai. E allora viene la voglia di farle scorrere più piano, di allungare ancora un po’ i miei giorni in aria. Vorrei congelare questo tempo, far sì che non arrivi mai il momento.
Ho pochi rimpianti e tutti mi riguardano. Le mie ali si scioglieranno perché non avrò ascoltato. Eppure le ali parlano. E lo fanno chiaramente. Questo mi dispiace. Sapere che è colpa mia. Sapere che se non fossi il coglione che sono, domani volerei ancora. Vi sentirei ancora sulle spalle, sentirei il morso della cinghia di cuoio quando il vento mi strattona, sentirei il fresco sul viso, ti direi ancora amore.
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Il sole ha fatto il suo lavoro e sto cadendo. Speravo che avrei almeno avuto il tempo di capire. Vedere un’avvisaglia. Che so, qualche goccia di cera che rotola giù lungo il profilo e si suicida verso il basso, qualche rumore come di uova calpestate. Qualcosa insomma.
Niente di tutto questo. Sono stato cieco anche a questo. Come se una mano mi avesse afferrato a mezz’aria e le avesse strappate via.
Mille terminazioni nervose aperte, esposte. Eppure erano di cera. Le indossavo. Invece si sono portate via una fettina d’anima. E adesso, nudo, cado.
Lacrime corrono fuori dai miei occhi ma io vorrei che rientrassero, che risalissero, tornassero ordinatamente nei loro condotti. Dignità, cazzo. Devo morire, comunque. Facciamolo bene.
Nella confusione di questo momento sento il rumore delle pacche sulla spalla. Dapprima lo odio. Poi purtroppo, lo capisco.
Avrei voluto dirtelo ancora una volta. E dirlo ancora una volta a tutti. Le mie ali ormai sono una massa di cera lontana.
Anche loro. Ho sciupato anche loro.
Ma non si muore. Non si muore, maledizione. Si resta fin troppo vivi. Le terminazioni iniziano a ricoprirsi di polvere infettante. Dolore su dolore.
È stata colpa mia.
