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domenica, 12 febbraio 2006

“C’è una luce dei fatti molto chiara, che mette in evidenza le cose” , questo dicevo a blo mentre gli spolveravo la giacca con una mano, liberandola dalle briciole, “E c’è una zona d’ombra dove le cose sono molto più sfumate, o meglio, una cosa compenetra l’altra che compenetra l’altra che a sua volta è compenetrata”, guardavamo gli x files mentre lu era sobria e aveva preso un atteggiamento norvegese, tutta vestita di rosso mangiava salmone con le mani, il salmone così rosa sulle mani, lo mangiava davanti al minibar, seduta davanti, aperta in terra come una stella marina, con le gambe spalancate e bianche sulle piastrelle blu, mentre alla televisione una giovane sposa si faceva montare a neve da un meccanico senza mutande sotto alla tuta, blo era appassionato di tutte queste cose blo diceva che la pornografia era come la crescita dei capelli, nessuno lo capiva, restava lunghi momenti da solo o senza rispondere alle domande tanto che a volte io e lu ci tenevamo le mani e sottovoce ci confessavamo che forse blo non era tanto normale, sorrideva in maniera strana, non si interessava di nulla, in realtà né io né lei lo conoscevamo bene chi poteva dire di conoscere bene federico blo? Io chiedevo questo a lu e desideravo toccarla, ma lei si nascondeva sempre dietro a qualche tessuto, metteva foulard e coperte a difesa del suo corpo, potevi toccarla ma era sempre avvolta in qualcosa come un baco, come un’essenza incerta in attesa di diventare qualcos’altro, la metamorfosi era uno dei concetti che più catturavano l’attenzione di blo, della sua filosofia, questo era in fondo la cosa che ci aveva attratto di lui, che si desiderasse immediatamente e in maniera spontanea la sua attenzione mentre lui si defilava, fumava delle sigarette lentissime, in silenzio e da solo, usciva all’aria aperta per fumarle, si prendeva il suo tempo e usciva a fumare le sue sigarette e accarezzava i gatti, o gli dava da mangiare, camminava lungo i fiumi delle città e tu desideravi che lui tornasse, che fosse lì per te, volevi essere nel suo campo visivo appartenere alla sua concezione di gravità, ma lui sembrava sempre avere qualcosa di più urgente da fare come i gatti quando d’improvviso si fanno attrare da qualcosa di invisibile e scattano improvvisamente, così come improvvisamente si arrestano per leccarsi, nel mezzo di un’azione magari, e così era blo, ti dava sempre l’imprssione che poteva lasciarti andare in qualsiasi momento, e l’idea del viaggio faceva parte in qualche modo di questo concetto, in parte perché lo espresse nella stessa serata e in parte perché a fare opera di congiunzione c’eravamo io e lu come due ponti come due funi che dondolavamo e ci recavamo le informazioni l’un l’altra, io e lu come un unico organismo come l’edera, ci sentivamo attratti da blo e lo seguivamo, anche per la fotografia e il resto, tutta quella marjuana, le dita dentro alle cose e il resto,  non eravamo in fuga o almeno, non lo eravamo percettivamente, ma esistavamo come pure forme irrigate dalla materia in uno stato di fuga perenne che equivaleva a una sorta di nomadismo psichico, che voleva liberarci di tutta una serie di paletti quali:

 

1)      il tempo

 

2)      cose mostruose dal nome mostruoso come idaho o vanna marchi

 

3)      il lavoro

 

ed eravamo spassionati come dire, qualcuno di noi era ricco o nella circostanza, cosa volete sapere, la proprietà è sacra, e la fotografia e la possibilità di fare la fotografia, tutti i discorsi sullo spectrum e sul punctum, lu digrignava le mandibole quando ne parlava e tendeva ad abbandonare la stanza, non sapevo bene che tipo di relazione avesse stabilito con blo, ma stavo in guardia, li osservavo, sapevo che lei prima di mentire sbadigliava e io le facevo domande nel pieno pomeriggio, mentre si metteva lo smalto con le dita spalancate come un rastrello, in fondo lei era cristallina era un dono della forma all’essenza umana, la bellezza la bellezza, sottosta alle regole della fotografia, la bellezza non la conosce chi la possiede, poiché non si guarda e gode del riflesso, il ballo degli specchi di checov, chi non lo conosce, disquisivamo di questo a tavola, “Mi piacerebbe farti cose con le dita e il resto lu” diceva blo che fumava anche a tavola, aveva ordinato vino bianco in fiasco e aveva cominciato a raccontarci di quando aveva vissuto a parigi sette o otto anni prima commerciando borse di gatto fatte da un’artista olandese che sul suo sito spiegava come scuoiarli e il resto, con delle foto e dei disegni spiegava come tenere il tuo gatto per sempre vicino a te, e  lu era molto interessata, lei di suo era molto recitativa e appassionata, si appassionava alle conversazione dava attenzione alla gente, con questo non volevo dire che le cose che blo andava dicendo non fossero interessanti, erano concetti profondi, parlava di buchi e di mani sporche di terra, di due sorelle che uscivano nella notte per eseguire delle corvé “Anche diciassette o diociotto volte urinanti nella luce lunare” diceva blo, ma lu era tremendamente interessata alla storia delle borse di gatto e piegava il collo in continuazione e io non reggevo a tutta quell’attesa, mi domandai se fosse poi giusto, ludmilla mi pare si chiamasse, ludmilla o ludmila si chiamava la ragazza che alla fine fotografai per una questione riguardante il conto, ci furono delle rimostranze blo alzò la voce durante il conto perché aveva da ridire sul brodo, sulla percentuale di grasso nel brodo, e ludmila era al bar che asciugava un bicchiere e poi la fotografai sdraiata fra le foglie, aveva lo smalto rosso carminio sulle unghie e la pelle di porcellana che si graffiava rotolandosi fra le foglie, perdendo le scarpe con i tacchi si faceva fotografare con i capelli sporchi di terra e camminava carponi fra tutte quelle foglie, lu e blo sparirono tutto il giorno, lui era un capricorno e sapeva sempre dove portare una ragazza e lu era così morbida, s’inclinava dolcemente come un foglio che si ripiega per celare un segreto, come un labrador che nasconde una mano nel giardino di casa, e bevevamo tutti moltissimo e blo guidava la macchina che aveva portato, una macchina gialla con il cambio in pelliccia e io chiesi a blo diverse cose, gli chiesi se sapeva della bellezza del cervo pomellato ad esempio, e cosa pensava dei dinosauri, e se la pelliccia sul cambio fosse vera, “Se anche fosse vera non farebbe differenza” disse tenendo un braccio fuori mentre alla nostra sinistra sfilava un qualche lungomare, una sequenza di spiagge e cunette e ciuffi d’erba a forma di fica e mi ricordo che mentre blo mi spiegava il concetto di sublime bellezza che è dietro una pelliccia mi fissai sulla parola galapagos, me la ripetevo nel cervello e non riuscivo a separarmene mentre blo spiegava che il dolore dell’animale adesso era un velluto di disarmante silenzio, ripetuto mille e mille volte come una liturgia, come un kaddish del perdono per la mano che si fece carnefice, il silenzio che resta e non si lamenta di una pelliccia che avvolge una donna o una vecchia diceva blo mentre io pensavo galapagos e non riuscivo a pensare ad altro che alla parola galapagos e lu teneva un piede fuori dal finestrino e si toccava un inguine con un matita così filmica, atroce e sublime che desiderai fotografarla immediatamente, e lei rideva con le mani davanti alla bocca o succhiando una tic tac aveva dei denti bianchissimi che anche blo guardava con ammirazione, tutti noi sapevamo dei suoi denti bianchissimi e di quanto lei ne andasse fiera, e la sera quando veniva la sera a volte stavamo separati ma a volte eravamo tutti insieme legati come un fiocco e lu scrisse su un tovagliolo cos’altro portemmo mai essere se non un fiocco?

 

Il tovagliolo lo lasciò sotto una teiera, che era sopra un tavolo in un bar elegante e all’aperto, proprio davanti a una sinagoga e blo odiava le sinagoghe, diceva spesso che bisognava trovare delle intolleranze innocue, che non facevano male a nessuno e perseguirle, lui detestava anche la rugida sopra l’erba al mattino e la sensazione del gesso sulle mani, “Tutto si mischia, alla fine, uomini, donne, capelli, cibo.” Diceva blo che si ascugava la bocca col dorso della mano e indicava l’entrata di una chiesa, volava che entrassimo nella chiesa dove finalmente ci avrebbe rivelato lo scopo del nostro viaggio, il film totale, dal bagagliaio della macchina tirò fuori una telecamera e cominciò a riprendere le navate e gli altari, riprendeva le tende da vicinissimo e rimase chiuso mezz’ora buona dentro al confessionale, strisciava nella chiesa fresca riprendendo tutto, piedi e mosaici, acqusantiere e crocifissi  “Dimmi il giorno più freddo della tua vita” chiese lu durante l’attesa, si era tolta le scarpe e giocava con il mignolo del piede tirandolo e a lasciandolo andare, lo fotografai ancora e ancora e anche con il flash, e furono forse i lampi di luce nella chiesa che desterano blo che improvvisamente si accorse di noi, invitandoci a camminare lungo la navata, disse che ci avrebbe sposato che nulla sarebbe più stato come prima, e lu sorrideva e teneva le mani strette al petto reggendo la borsa come se tenesse un bouquet e si era fatta improvvisamente seria, io mi sentivo stanco e volevo sedermi su una panca, stendere le gambe, ma così preso nella forbice venni tagliato via mosso, blo riprendeva tutto e io fissavo il movimento delle sue mani, mentre lu mi baciava e dopo avermi baciato chiedeva: come si chiama questa città?

 


Postato da: enneenne a 14:35 | link | commenti (4) |


Commenti
#1   30 Dicembre 2006 - 23:01
 
mmmm ma sei morto?
no perchè qualcuno ogni tanto ti leggeva...
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#2   08 Gennaio 2007 - 18:17
 
non è affatto vero. mi hai trascurato alquanto.
utente anonimo

#3   09 Gennaio 2007 - 12:37
 
hai ragione... imperdonabile...
come penitenza è in stampa il tuo manoscritto con conseguente lettura integrale... non può bastare ma si fa quel che si può...
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#4   11 Gennaio 2007 - 22:46
 
questa babele qui?
molto bene.
utente anonimo

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